Oltre 100 palestinesi sono stati uccisi in una settimana. Cercavano di non morire di fame
Erano iniziate il 26 maggio le distribuzioni di cibo e beni di prima necessità nel Sud della Striscia di Gaza, mercoledì 4 giugno sono già state bloccate. I motivi sono sotto gli occhi di tutti: in una settimana oltre 100 palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano nel tentativo di ricevere il cibo. Solo martedì l’IDF ha confermato di aver sparato contro alcune persone vicino al centro di Rafah, uccidendo 27 palestinesi. L’esercito dice di aver aperto il fuoco quando un gruppo di persone avrebbe deviato dal percorso concordato, e starebbe indagando sull’accaduto.
Il perché di queste morti si deve ai metodi di distribuzione, che sono largamente criticati in quanto decisamente disorganizzati: sono gestiti in modo tale da creare il caos tra le famiglie che accorrono in migliaia, affamate, per riuscire ad ottenere anche solo un sacco di farina con cui sfamarsi. Si mettono i palestinesi gli uni contro gli altri, utilizzando la fame come arma di guerra. Poi, con la motivazione di placare il caos, intervengono i contractors americani e i soldati israeliani, che dovrebbero seguire le distribuzioni a 300 metri di distanza, ma ciò – secondo diverse testimonianze – non avviene. Anzi, sparano, e si contano i morti.
Dopo aver bloccato gli aiuti delle ong straniere, Israele aveva deciso di affidare la gestione degli aiuti alla contestata Gaza Humanitarian Foundation (GhF), una ong creata dal Governo di Tel Aviv di cui non si conoscono i finanziatori. Con un post pubblicato sui social GhF ha motivato la scelta di fermare le distribuzioni nella data di mercoledì 4 giugno «per motivi di organizzazione e miglioramento dell'efficienza». Perciò, «a causa dei lavori di ammodernamento in corso, l'accesso alle aree dei centri sarà severamente vietato».
Quella che Israele definisce «inefficienza», sarebbe in realtà «una trappola mortale» per Philippe Lazzarini, il direttore dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi. Sulla questione si è espresso anche il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, chiedendo un'inchiesta indipendente sulle morti e che «i responsabili siano chiamati a rispondere delle loro azioni».