Il Regno Unito avvierà un progetto pilota in 20 carceri per introdurre la castrazione chimica su base volontaria destinata ai condannati per reati sessuali. La misura, proposta dalla segretaria alla Giustizia Shabana Mahmood, potrebbe successivamente essere estesa a livello nazionale, valutando anche l’obbligatorietà in alcuni casi.

«La somministrazione di farmaci per controllare l’eccitazione sessuale problematica, ad esempio nei pedofili, sarà accompagnata da interventi psicologici per affrontare le cause profonde delle aggressioni, come il bisogno di potere e controllo», ha spiegato Mahmood.

La castrazione chimica consiste nell’assunzione di farmaci che sopprimono la produzione di testosterone, spesso in combinazione con assistenza psichiatrica. È rivolta a soggetti con pensieri sessuali compulsivi, ma comporta effetti collaterali rilevanti, tra cui sviluppo di tessuto mammario, depressione, vampate di calore, perdita di densità ossea e alterazioni metaboliche.

Il trattamento è già in uso in Germania e Danimarca (solo su base volontaria), mentre la Polonia ne ha previsto l'obbligatorietà per alcuni reati. Secondo alcuni studi, si registra una «notevole riduzione dei tassi di recidiva», ma l'efficacia reale resta controversa: mancano dati a lungo termine e non esistono studi randomizzati eticamente sostenibili su soggetti ad alto rischio.

Inoltre, gli impulsi sessuali non dipendono solo dal testosterone, ma anche da fattori psicologici e ambientali. In certi casi, la soppressione ormonale potrebbe non ridurre comportamenti violenti, ma deviarli verso altre forme di coercizione.

Anche il Consiglio d’Europa ha sollevato perplessità. Nella risoluzione 1945 del 2013, l’Assemblea parlamentare ha affermato che «nessuna pratica coercitiva di sterilizzazione o castrazione può essere considerata legittima nel XXI secolo».