Venerdì 23 maggio, un attacco aereo israeliano ha colpito un’abitazione nel quartiere di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, causando una delle tragedie più devastanti dall’inizio dell’offensiva militare. Nove dei dieci figli della dottoressa Alaa al-Najjar, pediatra dell’ospedale Nasser, sono stati uccisi nel bombardamento che ha raso al suolo la loro casa. Il marito, Hamdi al-Najjar, anche lui medico nello stesso ospedale, è rimasto gravemente ferito ed è attualmente ricoverato in terapia intensiva. Solo uno dei loro figli, Adam, di 11 anni, è sopravvissuto all’attacco, ma ha riportato gravi ferite ed è stato operato d’urgenza.

Alaa si è salvata solo perché al momento del bombardamento si trovava in servizio. «È andata a casa sua e ha visto i suoi figli bruciati, che Dio la aiuti», ha detto Tahani Yahya Al-Najjar riferendosi alla cognata. «In tutto quello che stiamo attraversando, solo Dio ci dà la forza».

Il figlio maggiore aveva solo 12 anni, il più piccolo appena sette mesi. Due dei loro corpi sono rimasti sotto le macerie per ore. Le immagini diffuse dalla Difesa Civile di Gaza mostrano una casa ridotta a un cumulo di cenere e lamiere. Un parente accorso sul posto dopo l’attacco ha raccontato di aver trovato Adam riverso sull’asfalto, coperto di sangue, e il padre a diversi metri di distanza, ferito gravemente alla testa e al torace.

«È un giorno particolarmente triste… è inimmaginabile», ha dichiarato Graeme Groom, chirurgo britannico volontario all’ospedale Nasser, che si è preso cura del figlio sopravvissuto della dottoressa al-Najjar. «L’ultimo paziente sulla mia lista oggi era un bambino di 11 anni che sembrava molto più piccolo mentre lo sollevavamo sul tavolo operatorio», ha raccontato al Guardian. «Le sue ferite erano già abbastanza gravi, ma credo che il contesto fosse peggiore. Suo padre era gravemente ferito, ma nove dei suoi fratelli e sorelle erano morti».

Il racconto di questa tragedia ha fatto il giro del mondo, diventando simbolo dell’inaccettabile normalizzazione dell’orrore nella Striscia di Gaza: intere famiglie cancellate in un istante. Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, è intervenuta duramente sull’accaduto, affermando che «prendere di mira le famiglie negli edifici ancora in piedi» rappresenta un «modello sadico distinguibile della nuova fase del genocidio». Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, solo nell’ultima settimana l’esercito israeliano ha colpito 28 volte strutture sanitarie nella Striscia. Un’inchiesta del quotidiano israeliano Haaretz ha rivelato che questi attacchi hanno coinvolto almeno dieci ospedali, costringendoli a chiudere o a ridurre drasticamente le attività.

Nel frattempo, la nuova offensiva militare israeliana lanciata su Gaza — denominata «Carri di Gedeone» — ha aggravato ulteriormente la situazione. Il nome richiama il Libro dei Giudici, dove si narra che Gedeone, mandato da Dio a liberare il suo popolo dalle razzie dei Madianiti, ottenne una vittoria miracolosa con un piccolo gruppo di soldati armati solo di torce e vasi di coccio. Secondo alcuni analisti, il riferimento religioso serve a galvanizzare l’opinione pubblica israeliana, evocando un’epica di conquista totale. L’operazione prevede un’intensificazione degli attacchi via terra, mare e aria, con l’obiettivo dichiarato di «sradicare Hamas» e «liberare gli ostaggi» — ma che nella pratica si è tradotto in bombardamenti indiscriminati, migliaia di vittime civili e un piano di pulizia etnica e annientamento sistematico. L’idea che Gaza possa essere completamente spopolata e ristrutturata sotto controllo israeliano ormai non è più considerata un’ipotesi estrema.

E proprio sull’opinione pubblica israeliana arriva un dato inquietante. Un recente sondaggio condotto dalla Pennsylvania State University, e rilanciato da Haaretz, rivela che l’82% degli ebrei israeliani è favorevole alla deportazione dei palestinesi di Gaza. Una percentuale altissima, che evidenzia una radicalizzazione profonda: il 70% dei laici — generalmente considerati moderati — sostiene l’espulsione. Il dato supera il 90% tra i religiosi.

Ma c’è di più: quasi la metà del campione, il 47%, è d’accordo sul fatto che l’esercito israeliano debba comportarsi «come gli Israeliti a Gerico», uccidendo tutti gli abitanti delle città nemiche, secondo il racconto biblico del Libro di Giosuè. Un ulteriore 65% ritiene che i palestinesi siano gli «Amalek» dei tempi moderni, archetipo biblico del nemico assoluto da sterminare. Una visione teologica e militare che, secondo gli studiosi Shay Hazkani e Tamir Sorek, non è solo il risultato del trauma del 7 ottobre, ma l’esito di una cultura politica e mediatica alimentata da decenni.

La storia della dottoressa Alaa al-Najjar non è solo una delle tante tragedie di Gaza: è il volto umano di un conflitto disumanizzante. Se ce ne fosse ancora bisogno, il massacro della sua famiglia è l’ennesima prova concreta e insopportabile che a Gaza non è in corso una semplice guerra, ma un genocidio in piena regola, accompagnato da un piano sistematico di pulizia etnica. Il bombardamento di ospedali, cliniche, scuole, abitazioni civili e degli ultimi edifici ancora in piedi non è un effetto collaterale, ma è una strategia deliberata. Sradicare, cancellare, svuotare Gaza della sua popolazione, privandola di ogni possibilità di vita e di futuro.