Dopo 50mila palestinesi uccisi l’Europa si è accorta che a Gaza c’è un genocidio
di Samuele MaccoliniHa fatto una certa impressione, al pubblico più attento, vedere in diretta nazionale (e poi, come accade, nelle clip diffuse sui social – a me è apparsa tra le storie del giornalista Paolo Mossetti) Bruno Vespa redarguire Fiamma Nirenstein, consulente del Governo Netanyahu per la lotta contro l'antisemitismo. «Queste cose non le puoi dire, non fanno onore alla tua professionalità», ha detto il conduttore di Porta a Porta rispondendo a Nirenstein durante la puntata andata in onda lo scorso 6 maggio. Aveva appena rilanciato una proporzione ostentatamente inverosimile che poneva a 1:1 le morti tra civili e «terroristi di Hamas»: un morto civile ogni terrorista.
Vespa è un giornalista molto vicino al Governo. Per questo motivo stupisce il modo in cui ha risposto a Nirenstein, di fatto mettendosi in contrapposizione con la linea governativa pro Israele. Non è un caso che ciò sia accaduto due settimane fa; e non anche solo uno o due mesi prima: dopo venti mesi di orrore (dal titolo dell’editoriale del direttore Fabozzi oggi sul Manifesto) il sostegno dei Governi europei a Israele non è più scontato.
Ci sono timide prese di posizione. Che non si fanno notare per audacia, ma semplicemente perché sono essenzialmente le prime dall’inizio dell’invasione. Riassumendo: il 20 maggio il Regno Unito ha annunciato la sospensione dei negoziati in corso per un nuovo accordo commerciale con Israele. E nella stessa giornata, Kaja Kallas, l’Alta rappresentante UE per gli Affari esteri, ha detto che l’Unione è pronta a modificare il trattato di associazione con Israele, invocando l'articolo 2 che richiede il rispetto dei diritti umani. Su 27 Paesi 9 sono contrari (tra cui Germania e Italia). Ma solo un anno fa i dissidenti erano la maggioranza: la proposta di modifica proposta dal predecessore di Kallas, Josep Borrell, aveva trovato infatti un muro.
Il deputato spagnolo Gabriel Rufián porta in Parlamento i nomi dei 15mila bambini uccisi a Gaza
Nel frattempo: la sinistra israeliana si è esposta attaccando in modo molto diretto il Governo Netanyahu («un Paese sano non uccide bambini per hobby») e anche Trump avrebbe fatto arrivare al Governo israeliano la richiesta di mettere fine all’invasione, come riporta un’indiscrezione di Axios.
Per la giornalista e scrittrice Anna Momigliano – con Garzanti ha appena pubblicato il libro “Fondato sulla sabbia” che indaga la società israeliana dopo il 7 ottobre – è «significativo che queste prese di posizione siano arrivate tutte nello stesso momento», mi spiega. «L’ombra dello tsunami diplomatico [...] potrebbe davvero arrivare. Ma vedremo se questi segnali si concretizzeranno». Lo speriamo tutti.