«Ci tolgono le panchine per aprire bar e ristoranti». A Lisbona un collettivo si batte per il «diritto a sedersi»
A Lisbona, nel 2020, il Consiglio parrocchiale decise di rimuovere tavoli e sedie da una piazza – Praça Paiva Couceiro – per evitare gli assembramenti: tre anni dopo, solo 16 delle 48 sedute tolte erano state rimesse al loro posto. Due residenti della parrocchia, Marta e Francisco, hanno allora raccolto altre 32 sedie trovate nella spazzatura, per strada o regalate dai conoscenti, e le hanno portate in Praça Paiva Couceiro con il cartello “Per il diritto di sedersi”.
«Siediti qui» hanno scritto: «abbiamo il diritto di sederci, sederci in spazi non destinati al consumo; vogliamo sederci per parlare, riposare, giocare, mangiare, leggere. Utilizziamo lo spazio pubblico come spazio di passaggio, quando in realtà è anche uno spazio in cui vivere. La città è progettata per massimizzare reddito e mobilità; col tempo, anche le nostre panchine vengono silenziosamente sostituite dalle sedie dei ristoranti. Lo spazio pubblico – che è nostro – se non viene rivendicato e occupato continua a essere privatizzato ogni giorno. Le nostre piazze e le nostre strade sono “spazi pubblici privati” perché sono occupati da terrazze di ristoranti, cartelloni pubblicitari e automobili».
Le 32 sedie improvvisate che Marta e Francisco misero in piazza rimasero a disposizione dei passanti per tutta la mattina, ma poi furono rimosse dalla squadra di pulizia della Junta da Penha de França, accompagnata da agenti del PSP, perché erano state «posizionate senza autorizzazione».
Da quella iniziativa nacque comunque la pagina Instagram Infraestrutura Pública, che ora è un collettivo che si batte per l'accesso a bagni, panchine e fontanelle negli spazi pubblici di Lisbona. Come sottolinea la ricercatrice Rita Castelo Branco – e come riporta Roberta Cavaglià nella sua newsletter “Ibérica” – c'è chi, nel camminare, «ha bisogno di un punto di appoggio: se questi punti non esistono, è un po' come attraversare un deserto. Sapere che non ci sono panchine lungo il percorso può essere sufficiente perché una persona perda l'autonomia e smetta di fare quel percorso. È la differenza tra uscire di casa e non uscire di casa».