«Senza il mondo Gaza muore. Ed è altrettanto vero che senza Gaza siamo noi a morire. Noi, italiani, europei, umani. Per rompere il silenzio colpevole useremo la rete, che è il solo mezzo attraverso cui possiamo vedere Gaza, ascoltare Gaza, piangere Gaza». Con queste parole si apre L’Ultimo Giorno di Gaza, iniziativa promossa da Paola Caridi, Claudia Durastanti, Micaela Frulli, Giuseppe Mazza, Tomaso Montanari, Francesco Pallante ed Evelina Santangelo.

L'appello – lanciato volutamente in concomitanza con la Giornata dell’Europa – chiede alle istituzioni Ue di rompere il silenzio sulla guerra nella Striscia e invita a far vivere Gaza online e nelle piazze, sui siti, nei video e sui social, usando gli hashtag #ultimogiornodigaza e #gazalastday. Anche VD aderisce con convinzione a questo appello, facendo propria la richiesta di dare voce e visibilità a Gaza in ogni spazio possibile, fisico e digitale.

La situazione nella Striscia è tragica. Secondo gli ultimi dati, le vittime del conflitto hanno superato quota 52mila, con 14mila dispersi, moltissimi dei quali bambini. Gaza è devastata, le scorte mediche sono finite, il cibo viene bloccato ai valichi o lasciato a marcire. L’Autorità Nazionale Palestinese ha dichiarato formalmente Gaza “zona di carestia”, mentre l’ONU ha lanciato uno degli allarmi più gravi dall’inizio del conflitto.

Volker Turk, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha affermato che il nuovo piano militare israeliano «accresce le preoccupazioni circa la capacità dei palestinesi di continuare a vivere nel territorio come gruppo». Ed è proprio questo piano — presentato lunedì dal governo di Benjamin Netanyahu — la minaccia più imminente. Si chiama «I carri di Gedeone» ed è stato approvato all’unanimità dal gabinetto di sicurezza israeliano. Ufficialmente mira a smantellare Hamas e recuperare gli ostaggi. Ma i contenuti reali raccontano ben altro.

Il piano prevede un’offensiva su larga scala via terra, aria e mare, e la distruzione sistematica di ogni infrastruttura a Gaza ritenuta una minaccia. A differenza delle precedenti offensive, le truppe israeliane non si ritireranno: le aree conquistate verranno occupate a tempo indeterminato e trasformate in una «zona cuscinetto sanificata», secondo le parole usate da alcuni funzionari. Il piano rappresenta dunque un passo verso l’occupazione permanente di Gaza.

L’inizio dell’operazione è previsto entro dieci giorni, al termine della visita del presidente USA Donald Trump in Medio Oriente. Molti osservatori leggono in questo progetto militare i tratti di una «soluzione finale»: un linguaggio sinistro che richiama piani di pulizia etnica e annientamento sistematico. L’idea che Gaza possa essere completamente spopolata e ristrutturata sotto controllo israeliano ormai non è più un’ipotesi estrema, ma una possibilità sempre più concreta.

L’Ultimo Giorno di Gaza non è solo un grido d’allarme. È un atto d’accusa rivolto all’intera comunità internazionale. Davanti all’annientamento programmato di un popolo, nessuna neutralità è possibile: tacere significa essere parte della distruzione. Come scrivono le promotrici e i promotori dell’iniziativa, senza Gaza muore il mondo. E noi con esso.