Un attacco degli USA su un centro di detenzione in Yemen ha ucciso 68 migranti
Almeno 68 migranti africani hanno perso la vita e altri 47 sono rimasti gravemente feriti in un attacco aereo condotto dagli Stati Uniti contro un centro di detenzione nel governatorato di Saada, in Yemen. A confermare la tragedia sono fonti locali e le immagini trasmesse da Al-Masirah TV, emittente vicina ai ribelli Houthi. La struttura è stata completamente distrutta dall’esplosione, lasciando dietro di sé macerie, corpi senza vita e l’ennesimo segno di devastazione in un’area già segnata da anni di guerra e crisi umanitaria.
La struttura colpita ospitava oltre cento migranti provenienti principalmente da Etiopia ed Eritrea, in transito verso l’Arabia Saudita. Il governatorato di Saada, roccaforte degli Houthi, è da mesi bersaglio di una campagna militare statunitense volta a contrastare le operazioni del movimento ribelle, accusato da Washington di compiere attacchi contro navi commerciali nel Mar Rosso e contro Israele in risposta al genocidio a Gaza.
Il Comando Centrale statunitense (CENTCOM) ha scelto di non commentare l’attacco quando contattato dall’Associated Press. Tuttavia, gli Stati Uniti hanno ammesso di aver condotto oltre 800 raid aerei in Yemen solo nell’ultimo mese, molti dei quali sembrano colpire senza distinzione, con un numero imprecisato di vittime civili che spesso non trova spazio nei media occidentali. Il 18 aprile, per esempio, un attacco statunitense al porto di rifornimento di carburante di Ras Isa aveva ucciso circa 74 persone, diventando l’attacco più mortale mai registrato nella recente campagna americana. Questo episodio ricorda tragicamente il bombardamento del 2022, condotto dalla coalizione guidata dai sauditi, che colpì un altro centro di detenzione a Saada, causando almeno 87 morti.
Nel frattempo, a migliaia di chilometri di distanza, a Washington, si è consumata un’altra scena drammatica. Sul prato della Casa Bianca, l’amministrazione Trump ha esposto cento foto segnaletiche di migranti arrestati dall’inizio della sua presidenza. Un gesto chiaramente propagandistico, accompagnato da un video ufficiale con in sottofondo Feeling Good di Michael Bublé, come se si trattasse di una celebrazione. La portavoce Karoline Leavitt ha descritto i ritratti come quelli dei “peggiori criminali tra gli immigrati illegali”, rafforzando una narrazione che associa la migrazione alla criminalità, senza spazio per qualsiasi analisi.
A partire dal secondo mandato Trump, le azioni degli Stati Uniti si sono fatte sempre più violente, orientate al controllo e alla repressione. Le politiche migratorie si sono trasformate in strumenti di propaganda, mentre la democrazia è stata man mano erosa da una cultura della paura. La violenza non è più un’eccezione, ma parte integrante del linguaggio politico. E il silenzio della comunità internazionale su quanto accade non può che sollevare serie domande sul futuro dei diritti umani e dei principi democratici nel mondo.