Un'inchiesta internazionale coordinata dall'International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) ha fatto luce su una vasta operazione di controllo e intimidazione dei dissidenti cinesi all'estero. Il progetto, intitolato “China Targets”, ha unito oltre cento giornalisti provenienti da 43 testate globali, tra cui Le Monde, The Guardian, The Washington Post, El País e, per l'Italia, L'Espresso, Domani e Irpi Media. L’indagine ha coinvolto 105 vittime della repressione di Pechino, tra cui attivisti pro-democrazia, cittadini di Hong Kong e Taiwan, esponenti delle minoranze uigure e tibetane, e seguaci del movimento spirituale Falun Gong.

I giornalisti hanno esaminato documenti riservati delle autorità cinesi, tra cui un manuale della polizia del 2004 e le direttive interne del 2013 per gli agenti della sicurezza nazionale. Le evidenze sono state incrociate con le testimonianze raccolte dalle vittime, rivelando un quadro preoccupante di sorveglianza e intimidazioni nei confronti dei dissidenti e delle loro famiglie. Le intercettazioni di interrogatori, telefonate e messaggi SMS tra funzionari cinesi e le vittime hanno offerto un'ulteriore conferma della portata di questa operazione globale.

Oltre la metà degli intervistati ha denunciato che i loro familiari, rimasti in Cina, sono stati sottoposti a pressioni da parte delle forze di sicurezza, spesso in seguito alla partecipazione a manifestazioni o eventi pubblici all'estero. Sessanta delle vittime hanno riferito di essere state seguite o monitorate; ventisette hanno subito campagne diffamatorie su Internet, e diciannove hanno ricevuto messaggi sospetti o tentativi di hacking. Alcuni di loro hanno anche visto i propri conti bancari in Cina e a Hong Kong congelati.

Le intimidazioni non si limitano ai dissidenti stessi, ma si estendono anche ai loro cari. Funzionari dei Ministeri della Pubblica Sicurezza e della Sicurezza dello Stato, le principali agenzie di intelligence cinesi, sono accusati di gestire queste operazioni di pressione. Ventidue intervistati hanno dichiarato di essere stati fisicamente aggrediti o minacciati da militanti del Partito Comunista Cinese. Molti dei dissidenti non hanno denunciato gli abusi alle autorità dei Paesi in cui risiedono, temendo ritorsioni o, in alcuni casi, per mancanza di fiducia nelle forze di polizia locali. Coloro che hanno presentato denunce si sono spesso visti rispondere con il nulla, in quanto le autorità hanno ritenuto insufficienti le prove per intraprendere azioni legali.

Il manuale della polizia cinese, pubblicato nel 2004 dalla Sicurezza Pubblica della provincia di Guangdong, fornisce un quadro dettagliato delle operazioni di sorveglianza all'estero. In un capitolo dedicato alla "ricerca all'estero", viene spiegato che questa attività è distinta dal "lavoro di intelligence" e richiede una pianificazione a lungo termine. L’obiettivo è identificare e monitorare individui e gruppi fuori dalla Cina che, secondo il governo, minacciano la sicurezza nazionale e la stabilità politica del Paese. Una volta individuati, questi soggetti vengono segnalati ai vertici del Partito Comunista Cinese, che dirige le azioni di repressione, anche al di fuori dei confini cinesi.