Il "Liberation Day", annunciato dal presidente statunitense Donald Trump, è arrivato. Alle 22 di oggi (le 16 negli Usa), il capo della Casa Bianca annuncerà i nuovi dazi, che entreranno in vigore immediatamente. La portavoce Karoline Leavitt ha definito questa giornata «uno dei giorni più importanti della storia americana», sottolineando che il presidente intende «affrontare decenni di pratiche commerciali sleali con le quali il nostro Paese è stato derubato». Trump, nel suo discorso, ha affermato che sarà «molto gentile» con i partner commerciali, ribadendo che «si sono approfittati di noi e noi saremo molto gentili con loro, rispetto a quello che hanno fatto a noi».

Le nuove misure si aggiungeranno ai dazi già previsti sulle auto importate, in vigore dal 3 aprile, e sull’alluminio. Secondo indiscrezioni della Casa Bianca, tra le opzioni discusse vi è un dazio fisso del 20% su tutte le importazioni, che potrebbe generare oltre 6.000 miliardi di dollari di entrate. Tuttavia, il capo economista di Moody’s Analytics, Mark Zandi, avverte che se questa ipotesi si concretizzasse, il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti potrebbe salire al 7,3% e il Paese perderebbe cinque milioni di posti di lavoro entro il 2027 (CNN). I nuovi dazi colpiranno un’ampia gamma di Paesi, inclusi alleati storici come Unione Europea, Canada e Messico. «Quella parola, reciproco, è molto importante. Quello che fanno a noi, lo faremo a loro», ha dichiarato Trump. Alcuni Paesi hanno già avviato strategie per ridurre l’impatto delle tariffe: il Vietnam ha abbassato le imposte su prodotti americani, mentre il Giappone ha istituito sportelli di consulenza per le imprese colpite. L’Unione Europea, insieme a Canada e Cina, sta invece valutando contromisure fiscali contro le importazioni statunitensi.

La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha espresso preoccupazione per l’inasprimento delle tensioni commerciali: «Questo scontro non è nell'interesse di nessuno: quella tra l'Ue e gli Usa è la relazione commerciale più grande e prospera al mondo e staremmo tutti meglio se potessimo trovare una soluzione costruttiva». Von der Leyen ha inoltre avvertito che «i dazi sono tasse pagate dalla popolazione e alimenteranno solo l’inflazione. Le fabbriche americane pagheranno di più per i componenti prodotti in Europa, con conseguenze negative per l’occupazione». Diversa invece la posizione del Regno Unito, che si è sfilato dalle ritorsioni europee contro gli Stati Uniti. Il ministro delle Attività produttive britannico, Jonathan Reynolds, ha dichiarato alla BBC che il Regno Unito è «in una posizione migliore rispetto a qualunque altro Paese» per negoziare con Washington, sottolineando che i negoziati in corso potrebbero evitare tariffe punitive e persino rafforzare i rapporti bilaterali.

L’Italia è uno dei Paesi europei più esposti all’introduzione dei nuovi dazi. Gli Stati Uniti rappresentano il secondo mercato di export per il nostro Paese, con un valore di oltre 65 miliardi di euro, pari al 3% del Pil nazionale. Tuttavia, considerando anche i beni intermedi esportati verso altri Paesi che poi vendono negli Usa, il peso effettivo dell’export italiano si stima intorno al 7% della produzione industriale (Confindustria). Settori chiave come meccanica, farmaceutica, agroalimentare e automotive potrebbero subire le conseguenze più pesanti. Lorenzo Forni, capo economista di Prometeia Associazione, in un'intervista a La Repubblica afferma che «non tutto l’export verso gli Usa sarà influenzato né tanto meno cancellato, ma in caso di escalation gli effetti possono essere più rilevanti». Con tariffe generalizzate al 15%, Goldman Sachs prevede una contrazione del Pil europeo fino a sette decimi di punto, una prospettiva che per l’Italia significherebbe stagnazione economica nei prossimi due anni.

Oltre agli effetti diretti sulle esportazioni, i dazi avranno ripercussioni anche sui prezzi. L’ipotesi di ritorsioni europee potrebbe far aumentare l’inflazione anche nel Vecchio Continente. Il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, ha avvertito che l’incertezza richiede «prudenza» nelle politiche sui tassi d’interesse, mentre la presidente della BCE, Christine Lagarde, stima un incremento dell’inflazione fino a cinque decimi di punto. Nel lungo periodo, tuttavia, il protezionismo potrebbe frenare la crescita, riducendo la domanda e aumentando l’offerta di prodotti dirottati dal mercato americano. Questo scenario potrebbe generare un effetto paradosso: da un lato, l’Europa vedrebbe un calo dell’inflazione per l’arrivo di beni respinti dagli Stati Uniti, dall’altro, gli USA potrebbero incorrere in un mix di stagnazione e rialzo dei prezzi, con effetti pesanti sulla loro economia.

Mentre la Commissione Europea si prepara a negoziare con Washington, il governo italiano sta esplorando mercati alternativi. Il piano prevede una maggiore espansione delle esportazioni in economie mature come il Giappone e in mercati emergenti come Emirati Arabi Uniti, Vietnam e India. Tuttavia, anche nella migliore delle ipotesi, questa strategia non basterà a compensare la possibile chiusura del mercato americano.

Secondo Forni, un elemento chiave potrebbe essere la risposta dell’Unione Europea: «La Germania ha reagito aumentando gli investimenti pubblici e dal prossimo anno si vedrà l’effetto, che va sommato al piano di riarmo europeo». Nel frattempo, resta da vedere se l’amministrazione americana riconoscerà l’inefficacia dei dazi nel ridurre il deficit commerciale. «La domanda è: che cosa farà a quel punto?».