«Il fatto che non sapessi nemmeno che ci fossero delle manifestazioni in Turchia fino a quando qualcuno non è corso in giro protestando con addosso un costume da Pikachu ti mostra il potere dei meme». Queste parole, scritte da un utente su X, raccontano l’impatto che ha avuto la diffusione delle immagini di un manifestante in Turchia (nella città di Adalia) vestito come il più amato tra i Pokémon. La loro viralità ha infatti contribuito a mantenere alta l’attenzione, raggiungendo persone che ignoravano quanto stesse accadendo nel Paese.

Turchia, anche Pikachu scende in piazza nelle proteste

Anche perché il Governo sta cercando in tutti i modi di impedire la copertura delle manifestazioni su media e social network. L’agenzia che vigila sulle trasmissioni ha imposto sanzioni a quattro emittenti televisive private per aver trasmesso le proteste. Mentre la televisione di Stato e i canali filo governativi non danno notizie a riguardo. Nel frattempo, il giornalista della BBC Mark Lowen è stato prima fermato e detenuto dalla polizia per 17 ore e poi espulso con l’accusa di essere una minaccia per l’ordine pubblico. Complessivamente sarebbero almeno 10 i giornalisti, locali e interazionali, fermati per aver fatto il loro lavoro. La repressione è presente anche sui social network, dove sarebbero state imposte limitazioni su 700 account di informazione. Le proteste sono iniziate il 19 marzo a seguito dell’arresto per corruzione del sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, che è il più importante oppositore del Presidente Erdogan. Per i manifestanti e i partiti di opposizione l’arresto sarebbe strumentale: maschera un tentativo di eliminare una potenziale minaccia elettorale.

 

Per questo motivo da circa dieci giorni migliaia di persone continuano a scendere in piazza in quelle che sono presto diventate le più ampie proteste dal 2013. Ad oggi 1.879 persone sono state fermate dalla polizia, secondo quanto riportato dal Ministero dell’Interno. Le elezioni presidenziali previste nel 2028 spaventano Erdogan che – in veste di Primo Ministro prima e Presidente poi – guida il Paese da più di vent’anni in maniera semi autoritaria. Le regole costituzionali non gli permetterebbero di candidarsi nuovamente, ma la legge potrebbe essere modificata per permettere un ennesimo mandato in caso di vittoria. Nonostante l’arresto, ieri è stata annunciata la candidatura di Imamoglu alle prossime elezioni presidenziali. L’annuncio segue il successo alle primarie del suo partito, il Partito popolare repubblicano (CHP), che si sono svolte domenica 23 marzo mentre Imamoglu era già in carcere. L’alta affluenza, con circa 15 milioni di persone che si sono recate ai seggi, è stata interpretata come un segnale dell’insofferenza popolare verso Erdogan. Si trattava infatti di una votazione simbolica, in quanto Imamoglu era l’unico candidato.