La prigione dove sarebbe recluso Alberto Trentini è un «inferno»
La prigione di El Rodeo 1, dove sarebbe detenuto Alberto Trentini, è un vero e proprio «inferno». Lo raccontano alcuni cittadini americani, rilasciati il mese scorso grazie all’intercessione del governo Trump, che hanno vissuto nello stesso carcere e nelle stesse condizioni del cooperante italiano. I loro racconti, condivisi con i servizi di sicurezza e poi con il New York Times, rivelano un quadro di abusi e violenze sistematiche.
Le testimonianze descrivono un istituto penitenziario disumano, dove le guardie si identificano con nomi inquietanti come "Hitler", "Diavolo" e "Squalo" e reprimono qualsiasi segnale di ribellione con brutalità estrema. Gli ex detenuti parlano di lunghi interrogatori, isolamento forzato e torture: sono stati costretti a indossare manette per giorni, tanto strette «che ci laceravano la pelle», e rinchiusi in celle di sei metri quadrati con pesanti porte di ferro. «Si sentivano le urla degli altri prigionieri, soprattutto venezuelani, a cui spesso non veniva dato cibo», raccontano. Ogni tentativo di protesta veniva soffocato con violenza, anche tramite spray al peperoncino direttamente negli occhi.
Secondo quanto riportato da Repubblica, uno degli americani liberati avrebbe dichiarato di aver visto Alberto Trentini. Il cooperante sarebbe «in condizioni discrete» e riceverebbe le medicine necessarie per la sua patologia, ma vivrebbe in un contesto di «tortura psicologica», insieme ad almeno settanta altri detenuti. Trentini è stato arrestato il 15 novembre scorso mentre svolgeva attività umanitaria in Venezuela. Il governo italiano non ha ricevuto comunicazioni ufficiali sulle accuse a suo carico, ma – come rivelato da Repubblica – fonti di intelligence riferiscono che «gli viene contestata la “cospirazione”, nell’ambito di un’inchiesta che sarebbe già sul tavolo del tribunale speciale che si occupa di terrorismo». Non ha mai potuto contattare la famiglia né ricevere visite da diplomatici italiani. L’ultima conferma della sua condizione risale a due mesi fa, quando il governo venezuelano ha dichiarato che era ancora in vita e in discrete condizioni.
Il governo italiano, con il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il sottosegretario Alfredo Mantovano, ha assicurato di essere impegnato nel caso, ma le trattative per la sua liberazione sarebbero complesse. Durante il recente G7 in Canada, Tajani ha discusso della vicenda con il Segretario di Stato USA Marco Rubio, già coinvolto nel rilascio degli americani detenuti. Nel frattempo, la mobilitazione per la liberazione di Trentini continua. È ancora in corso una maratona di digiuno a staffetta, mentre la petizione su Change.org ha superato le 92.000 firme, segnale di un crescente sostegno internazionale.