Trump chiama Putin. Ora l’Europa accelera sulla corsa al riarmo
Dopo gli annunci, l’Europa si prepara al riarmo. A seguito del via libera informale dei 27 Stati membri, i capi di Stato e di Governo si preparano ad avallare ufficialmente il nuovo piano da 800 miliardi di euro in investimenti militari al Consiglio europeo del 20-21 marzo. La Premier Giorgia Meloni nella sua informativa al Senato – un discorso con cui il capo del Governo comunica ai parlamentari gli impegni che assumerà l’Italia in sede UE – ha detto che «rafforzare le nostre capacità di Difesa significa occuparsi di molte più cose rispetto al potenziamento degli arsenali». Pur criticando la denominazione del piano Rearm Europe in quanto ritenuto «fuorviante per i cittadini», l’Italia si presenterà quindi a Bruxelles con la consapevolezza che «senza Difesa non c'è sicurezza, senza sicurezza non c'è libertà». Il punto è come finanziare la spesa militare. Meloni, su pressione della Lega – partito di maggioranza scettico sulla proposta di von der Leyen – propone soluzioni alternative alla semplice creazione di nuovo debito.
Per questo motivo il Ministro dell’Economia in quota Lega Giancarlo Giorgetti sta lavorando alla messa a punto di un meccanismo di garanzie pubbliche europee «coordinato e integrato con i sistemi nazionali». E la Premier assicura: «non toccheremo i fondi di Coesione», quelli destinati ad appianare le disuguaglianze tra i territori UE, che secondo il nuovo piano possono essere in parte dirottati sulle spese di Difesa. Tutti i leader stanno affinando le proprie posizioni in vista del Consiglio. Ieri ha parlato anche von der Leyen, ribadendo la necessità del Rearm Europe in risposta al disimpegno americano nel continente. Davanti alla Royal Danish Military Academy ha detto molto chiaramente che «se l'Europa vuole evitare la guerra, deve prepararsi alla guerra».
Mentre la Russia va verso «un'economia di guerra» («il 40% del bilancio federale è destinato alla Difesa») l’Europa non può restare a guardare. Questa è la tesi della Presidente della Commissione, che avverte: «L'architettura della sicurezza su cui facevamo affidamento non può più essere data per scontata. L'era delle sfere di influenza e della competizione per il potere è tornata». La nazione che si propone di guidare questa nuova fase è la Germania. Dopo la vittoria delle elezioni di febbraio, il futuro cancelliere Friedrich Merz, leader del partito di centrodestra CDU, non ha perso tempo. Sostenendo la necessità di rinforzare la sicurezza nazionale, in meno di un mese è riuscito a superare lo storico tabù tedesco del freno al deficit pubblico che per decenni ha garantito un’oculata gestione delle risorse federali per preservare il pareggio di Bilancio.
A due giorni dal meeting europeo, il Parlamento tedesco ha infatti votato con un’ampia maggioranza lo sblocco di diverse centinaia di miliardi di euro in investimenti destinati alla Difesa e alle infrastrutture. Per permettere il riarmo Berlino ha dovuto modificare le regole costituzionali che impongono l’ortodossia di Bilancio. Manca ancora un passaggio alla Camera che rappresenta i governi statali, ma è praticamente una formalità. Nel frattempo, Francia e Regno Unito spingono per la formazione di una «coalizione dei volenterosi», un blocco di Paesi – al momento avrebbero già aderito 30 Stati – pronti a inviare truppe di peacekeeping in Ucraina nel caso si raggiungesse un accordo con la Russia per il cessate il fuoco. Con questi interventi l’Europa cerca di non farsi scavalcare dagli Stati Uniti di Donald Trump, che punta a trattare direttamente con Vladimir Putin. Proprio ieri i due leader hanno avuto un colloquio telefonico che segna un punto di svolta nei rapporti tra USA e Russia, congelati a partire dall’inizio dell’invasione.
La telefonata è iniziata alle dieci di mattina – ora di Washington – ed è durata circa due ore e mezza. Nell’undicesimo anniversario dell’annessione della Crimea da parte della Federazione russa, entrambi i leader hanno concordato sulla necessità di una «pace duratura». Quello che è stato ottenuto è una tregua di 30 giorni negli attacchi russi a centrali e infrastrutture di Kyiv e l’annuncio da parte russa di uno scambio di prigionieri, che pur essendo un segnale importante è comunque lontano da un cessate il fuoco vero e proprio. E infatti, nella notte tra martedì e mercoledì la Russia ha colpito con un attacco aereo diverse zone dell’Ucraina, che ha risposto effettuando attacchi con droni in alcune regioni russe. Nonostante Trump abbia presentato il colloquio come un grande risultato per la sua amministrazione, il resoconto della telefonata presenta alcune differenze tra ciò che è stato diffuso dai media statunitensi e quelli russi. Sia le fonti russe che quelle statunitensi concordano sull’esito positivo della telefonata, ma secondo gli Stati Uniti la telefonata sarebbe durata “solo” un’ora e mezza. Per la Russia quasi tre ore, ed è stata celebrata come «la più lunga telefonata tra presidenti statunitensi e russi della storia».
Secondo il servizio stampa del Cremlino, durante la chiamata Putin ha ribadito il suo impegno per una soluzione pacifica del «conflitto ucraino». Il leader russo ha sottolineato la necessità incondizionata «di eliminare le cause profonde della crisi e di tenere conto degli interessi di sicurezza della Russia». In generale, il comunicato diffuso dal Cremlino ha un taglio neutro e parla di uno scambio «franco» tra i due leader. La Casa Bianca parla invece della nascita di un «movimento per la pace». «Questa è una continuazione di sviluppi positivi», ha aggiunto Trump. Il Presidente USA ha anche affermato che nella chiamata di ieri con Putin non è stata discussa la questione degli aiuti militari all'Ucraina, nonostante la richiesta da parte russa. «Non abbiamo parlato di aiuti, non ne abbiamo parlato affatto», ha detto in un'intervista serale al programma "The Ingraham Angle" della Fox News. «Abbiamo parlato di tante cose, ma non si è mai parlato di aiuti».
Altre discordanze. Putin ha detto di essere aperto a «una soluzione globale, sostenibile e a lungo termine», ma alle sue condizioni. Per attuare una tregua torna però a chiedere «un controllo» lungo «l’intera linea di contatto», lo stop alla mobilitazione e al riarmo di Kyiv e indirettamente le dimissioni di Volodymyr Zelensky – data la sua «incapacità di negoziare». Secondo i commentatori, quindi, sarebbe Putin a essere uscito vincitore dal confronto, prendendosi ulteriore tempo. Una versione opposta a quanto rivendicato da Trump. Quello che è certo è che Zelensky non ha partecipato, perché l’Ucraina è stata messa ai margini di tutto il processo. «Tutto il gioco della Russia è quello di indebolirci il più possibile», ha detto Zelensky in una conferenza stampa. In giornata il leader ucraino dovrebbe parlare con Trump per carpire ulteriori informazioni emerse dal colloquio con Putin e «discutere i dettagli dei prossimi prossimi passi».