Sabato, le strade di Belgrado sono state attraversate da un’enorme ondata di manifestanti nella più grande protesta anti-governativa della Serbia moderna. Oltre 100mila persone, secondo il Ministero dell’Interno – forse molte di più, secondo altre stime – hanno riempito il centro della capitale chiedendo le dimissioni del presidente Aleksandar Vučić. Le proteste, che da mesi scuotono il Paese, sono iniziate il 1° novembre, dopo il tragico crollo della tettoia della stazione ferroviaria di Novi Sad, a circa 60 chilometri da Belgrado. L’incidente, che ha causato 15 morti, è stato visto come l’ennesima prova della corruzione e dell’incompetenza del governo. Quella che all’inizio era una mobilitazione studentesca si è rapidamente trasformata in un movimento nazionale, coinvolgendo migliaia di cittadini, lavoratori e agricoltori, arrivati in città con i loro trattori.

Belgrado, oltre 100mila in piazza contro il Governo

Gli studenti sono stati i primi a scendere in piazza, organizzando sit-in, assemblee e blocchi stradali. Ogni giorno, per 15 minuti, interrompono lezioni e traffico per ricordare le vittime del crollo. La loro rabbia, però, va oltre la tragedia di Novi Sad: denunciano anni di mala gestione, nepotismo e corruzione che, a loro dire, hanno soffocato il futuro della Serbia. Le manifestazioni si sono allargate e sabato hanno coinvolto anche insegnanti, avvocati, operai e agricoltori, uniti nella richiesta di cambiamento. La folla sventolava cartelli con slogan come «Basta regime», mentre il simbolo della protesta – una mano rossa insanguinata – campeggiava ovunque, segno del rifiuto di un sistema giudicato irrimediabilmente corrotto.

 

Negli ultimi giorni, le proteste hanno superato i confini nazionali, arrivando anche a Roma, Milano e Venezia, dove giovani di origine serba si sono mobilitati in segno di solidarietà. «La minaccia della repressione può riguardare ogni Paese, per questo il sostegno alla nostra causa riguarda tutti», ha spiegato Angela Vucetic, studentessa di criminologia a Roma e organizzatrice della manifestazione nella capitale italiana. Il coraggio e la determinazione degli studenti serbi hanno attirato anche l’attenzione internazionale: il loro movimento è stato candidato al Premio Nobel per la Pace dal drammaturgo Sinisa Kovačević e dall’avvocata Dijana Stojkovic. Vučić, al potere da oltre un decennio, ha cercato di minimizzare la protesta, sostenendo che sia orchestrata da potenze occidentali straniere. Il governo ha inoltre cercato di ostacolare la partecipazione, bloccando i treni diretti a Belgrado e sospendendo il trasporto pubblico. Ma queste misure non hanno fermato i manifestanti e, anzi, hanno alimentato ancora di più il malcontento. Nonostante le tensioni della vigilia, la manifestazione si è svolta in modo pacifico.

 

Oggi, circa 60 università in tutta la Serbia sono occupate dagli studenti, che le hanno trasformate in centri di resistenza e discussione politica. «Siamo in occupazione da più di 150 giorni, ci alterniamo tra noi, ma lo facciamo perché qui ci sentiamo al sicuro e troviamo sostegno. I professori, nella maggior parte dei casi, ci aiutano nella comunicazione e partecipano alle manifestazioni», racconta una studentessa. Il movimento non ha leader ufficiali, ma si organizza attraverso assemblee e social network, con pagine che raccolgono centinaia di migliaia di sostenitori. Intanto, Vučić continua a trincerarsi nel suo palazzo, dichiarando: «Dovrete uccidermi se volete sostituirmi». Ma mentre il governo si chiude, la protesta non si ferma. Gli studenti promettono di rimanere in piazza finché non otterranno giustizia. La «primavera serba» è ufficialmente iniziata e potrebbe cambiare per sempre il volto del Paese.