Se il problema è l’italiano, servono insegnanti
di Davide Traglia«Non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza». Giorgia Meloni ha presentato così il nuovo tetto del 30% agli studenti stranieri, spostando sul terreno identitario un problema didattico reale.
Se in una classe molti alunni sono appena arrivati e parlano poco o per nulla italiano, insegnare diventa più difficile. Servono percorsi individualizzati e personale specializzato. Proprio per questo il primo problema che dovremmo porci è chi deve insegnare loro l’italiano e con quali strumenti.
Dal prossimo anno, il limite riguarderà le classi prime. Alle elementari entreranno nel conteggio gli alunni con cittadinanza non italiana non nati in Italia o che non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia; alle medie e alle superiori chi non abbia frequentato con successo almeno tre anni di scuola italiana. Dove il 30% non potrà essere rispettato, gli uffici scolastici dovranno distribuire gli studenti tra le scuole vicine.
Un limite simile esiste già ed è rimasto spesso inapplicato. Se in una periferia o in un piccolo comune gli studenti interessati sono troppi e le scuole poche, non basta scrivere in una legge che bisogna distribuirli meglio. «Sarebbe una pianificazione che non rispetta assolutamente i luoghi di vita, dove le persone vivono e vanno a scuola», racconta a VD News Federica, docente.
La scuola italiana continua intanto a dipendere da un numero enorme di contratti a termine. Quest’anno sono servite 118 mila supplenze. Il ministero ha sottolineato di averne coperta quasi la totalità prima dell’inizio delle lezioni, ma per la Uil proprio quel numero dimostra quanto il sistema continui a reggersi sul precariato.
Ci sono poi i docenti che potrebbero servire proprio per affrontare il problema: gli A-23, specializzati nell’italiano L2. I posti nelle scuole del mattino sono passati da 937 a 762 in un anno, 175 in meno. Alcuni raccontano di essere stati utilizzati come “tappabuchi” a insegnare geografia o sul sostegno.
«Parliamo di docenti che hanno una formazione specifica e che dovrebbero essere uno degli strumenti principali per garantire davvero l’inclusione linguistica», spiega a VD News Luigi Maria Sofia, docente precario. La questione, dice, «non è semplicemente quanti studenti stranieri ci siano in una classe, ma quali strumenti abbia quella scuola per accoglierli».
Anche quando la destra chiama in causa proprio i genitori che non parlano italiano o non riescono ad accompagnare i figli nel percorso scolastico, manca un pezzo della storia. Nel 2018, con Matteo Salvini al Viminale, il primo decreto sicurezza escluse gran parte dei richiedenti asilo dallo SPRAR e cancellò per loro l’accesso alla formazione professionale. Il nuovo capitolato dell’accoglienza approvato nello stesso anno eliminò anche i corsi di italiano. Negli anni sono stati quindi ridotti proprio alcuni degli strumenti con cui una persona appena arrivata poteva imparare la lingua e orientarsi nel Paese.
Se mancano gli insegnanti specializzati, se quelli che ci sono vengono usati per tappare altri buchi e in molti territori non ci sono nemmeno altre scuole in cui spostare gli studenti, fissare il limite al 30% non basta a risolvere il problema. «Come sempre, armi di distrazione di massa per non parlare dei problemi reali», conclude Sofia.