La nuova scuola? Ha (ancora) meno educazione sessuale
di Samuele MaccoliniDopo il femminicidio di Giulia Cecchettin, il Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara scrisse una circolare ai dirigenti scolastici. Il 6 dicembre 2023 invitò le scuole a creare dei «momenti di riflessione e di approfondimento sul significato del discorso [pronunciato dal padre Gino durante il funerale ndr] e sull’affermazione della cultura del rispetto». Secondo il Ministro, le sue parole sono «un’esemplare lezione di educazione civica rivolta al Paese» e sottolineano «il ruolo fondamentale e la responsabilità educativa della Scuola, chiamata anch'essa a investire in programmi formativi che insegnino il rispetto reciproco».
Tre anni dopo sembra che il discorso sia caduto nel nulla. Mentre si discute dell’ennesimo, tremendo caso di femminicidio, il nuovo anno scolastico 2026/2027 è il primo a recepire la riforma Valditara: un intervento ampio sull’istruzione che riguarda anche l’educazione sessuale e affettiva. Limitandola. L’Italia è ancora oggi uno dei pochi Paesi dell’Unione Europea in cui l’educazione sessuale e affettiva non è materia curricolare. I dirigenti scolastici possono comunque prevedere attività e corsi in autonomia. Ma da settembre c’è un ostacolo in più: per partecipare servirà il consenso esplicito dei genitori, a cui verrà messo a disposizione l’eventuale materiale didattico prima di dare il “permesso”. Questo vale per gli studenti di medie e superiori. Alle elementari c’è invece il divieto è assoluto. Gli alunni studieranno comunque l’apparato riproduttivo nell’ambito delle scienze.
La norma vuole ridare centralità educativa alla famiglia. La scuola pubblica dovrebbe invece fornire gli strumenti base per gli adulti di domani. Ma escludendo l’educazione a sessualità, relazioni e rispetto la scuola rinnega il suo ruolo. Perché smentisce il concetto su cui si fonda: quello secondo cui la cultura, il confronto e la conoscenza possono plasmare il percorso di vita, facendo maturare azioni, scelte e opinioni libere da condizionamenti, strumentalizzazioni e ignoranza. Questa sarebbe «la responsabilità educativa» che evocava Gino Cecchettin. Che viene negata a un’(altra) generazione.