Da 27 anni alla Maturità non esce una scrittrice
di Davide Traglia«La lingua non solo riflette la società che la parla, ma ne condiziona e ne limita il pensiero, l’immaginazione e lo sviluppo sociale e culturale». Lo scriveva la linguista Alma Sabatini nelle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, spiegando che le parole non descrivono semplicemente la realtà, ma contribuiscono a costruirla.
Un’idea sviluppata anche dalla filosofa Luce Irigaray, secondo cui ciò che non è nominato – e rappresentato – fatica a ottenere riconoscimento sociale. Lo stesso meccanismo si può osservare nella letteratura insegnata a scuola. Non sorprende troppo il dato emerso con l’esame di maturità: da quando esiste la traccia di analisi del testo, ormai ventisette anni, non è mai stata proposta un’autrice.
È vero, nelle altre tipologie qualche donna è comparsa. Negli anni sono stati scelti testi o riflessioni di Rita Levi-Montalcini e Oriana Fallaci. Ma quando si tratta di analizzare un brano, la scena è occupata esclusivamente dagli uomini. Viene difficile stupirsene, se si guarda al percorso scolastico. Il canone della letteratura italiana è prevalentemente maschile: dai primi autori studiati, come Francesco d’Assisi o Jacopo da Lentini, fino ai grandi del Novecento come Ungaretti, Saba o Montale.
Le poche autrici presenti finiscono spesso nelle ultime pagine del manuale, quelle che il programma non riesce mai a raggiungere. Eppure le alternative non mancherebbero. Con Lessico famigliare, Natalia Ginzburg ha raccontato come poche altre il rapporto tra memoria privata e storia collettiva. Anna Maria Ortese, con Il mare non bagna Napoli, ha restituito uno dei ritratti più lucidi e spietati dell’Italia del dopoguerra.
Ancora, Alda Merini, Lalla Romano, Anna Banti, Sibilla Aleramo o, più indietro, Moderata Fonte e Arcangela Tarabotti, che nei Seicento denunciava le monacazioni forzate anticipando il tema dell'autodeterminazione femminile. Il punto non è inserire un nome femminile nelle tracce per una questione di quote. Il canone non è neutro e, se per anni gli studenti incontrano quasi esclusivamente uomini, il messaggio implicito rischia di essere che la grande letteratura italiana sia stata scritta solo da loro. Le scrittrici non vengono semplicemente escluse dai programmi: diventano invisibili nella memoria collettiva e, con loro, il contributo che hanno dato alla storia culturale del Paese.
Ma quest'anno la Maturità non ha fatto discutere solo per l'assenza, ormai cronica, delle scrittrici dall'analisi del testo. Tra le tracce c'era anche un brano del sociologo Frank Furedi dedicato agli "adultescenti" e alla necessità di riscoprire il valore dei confini generazionali.
Professore emerito dell'Università del Kent, Furedi oggi presiede il Mathias Corvinus Collegium, un think tank vicino al governo ungherese di Viktor Orbán, impegnato nella promozione di posizioni conservatrici su famiglia, educazione e identità nazionale. Nel brano proposto agli studenti sostiene che le società occidentali abbiano smarrito i confini tra le generazioni e che molti giovani fatichino ad assumersi le responsabilità della vita adulta.
Si tratta di una riflessione legittima, ma rischia di diventare problematica se scollegata dal contesto in cui vivono oggi ragazzi e ragazze. Dietro l’uscita tardiva dalla casa dei genitori o la difficoltà a costruirsi una famiglia non ci sono soltanto scelte individuali, ma anche e soprattutto salari bassi, precarietà lavorativa, affitti insostenibili e un mercato immobiliare che è sempre meno accessibile. Più che una generazione di “bamboccioni” o di “smidollati” che non sanno prendersi responsabilità, dunque, molti giovani sembrano essere soprattutto una generazione bloccata.
Le tracce della Maturità non sono mai una scelta neutra. Il Ministero decide quali autori, quali idee e quali questioni meritino di essere portati davanti a oltre mezzo milione di studenti, contribuendo a definire quello che viene percepito come culturalmente rilevante. Per questo è importante interrogarsi non solo sui testi che vengono selezionati, ma anche su quelli che continuano a essere esclusi: perché ogni assenza racconta una precisa idea di scuola, di cultura e, in ultima analisi, di società.