«Siamo stati abbandonati al freddo e al gelo, senza che nessuno si prenda la responsabilità di risolvere il problema. […] Siamo stanchi di essere trattati come cittadini di seconda classe, senza diritti e senza voce». Così gli studenti e le studentesse del liceo classico “Giosuè Carducci” di Nola hanno denunciato le condizioni in cui si sono trovati al rientro dalle vacanze natalizie: aule fredde, caldaie non funzionanti da mesi e lezioni seguite con cappotti, plaid e borse dell’acqua calda. Di fronte all’inerzia delle istituzioni, hanno deciso di scioperare e chiedere interventi immediati per garantire sicurezza e diritto allo studio.

Il caso del liceo classico di Nola è soltanto uno dei tanti episodi che nelle ultime settimane hanno evidenziato l’inadeguatezza strutturale di molte scuole italiane. Gli studenti lamentano aule gelide, termosifoni spenti o impianti fuori uso, costringendo intere classi a cercare soluzioni di emergenza pur di seguire le lezioni.

A fotografare il fenomeno su scala nazionale è il sondaggio condotto da Skuola.net su un campione di 1.200 ragazzi di scuole medie e superiori: otto studenti su dieci hanno avvertito freddo in aula al rientro dalle vacanze, il 60% ha dichiarato temperature più basse del solito durante le ore di lezione, mentre un ulteriore 17% racconta di aver provato lo stesso disagio anno dopo anno. Numeri che confermano come il problema sia strutturale e ricorrente.

La causa principale è nell’edilizia scolastica italiana. Oltre la metà degli edifici è stata costruita prima degli anni Settanta e non garantisce un adeguato isolamento termico. Molti impianti, alimentati a metano, risultano costosi da gestire e insufficienti a riscaldare correttamente le aule, soprattutto se non vengono accesi durante le vacanze per risparmiare sui consumi. Gli open data del Ministero dell’Istruzione e del Merito aggiornati a settembre 2025 confermano la portata del problema: l’1,5% delle scuole non dispone di impianto di riscaldamento, mentre per l’8,7% non ci sono informazioni disponibili.

Le strategie degli studenti per fronteggiare il freddo variano. Più della metà resiste senza alcun supporto, il 36% segue le lezioni con il cappotto addosso, e una piccola parte ricorre a soluzioni di emergenza come coperte, stufe portatili o cambi d’aula. In casi estremi, l’1% degli istituti ha ridotto l’orario scolastico o ha dovuto mandare gli studenti a casa.

Da Nord a Sud, le cronache raccontano situazioni analoghe: a Torino, all’istituto superiore Zerboni, i ragazzi sono stati mandati a casa perché le aule erano troppo fredde; a Bologna, al Galvani e al Belluzzi-Fioravanti, valvole rotte e impianti vetusti hanno costretto a spostare intere classi in altre sedi; a Roma, all’Einstein, al Plauto e al Vittone, il malfunzionamento dei termosifoni ha provocato disagi e sospensioni; a Caserta e Bari, studenti in cappotto hanno protestato davanti alle istituzioni locali chiedendo manutenzioni urgenti. Anche a Siracusa gli studenti hanno occupato il liceo Corbino e scioperato in diversi istituti in attesa della riaccensione delle caldaie.

Il freddo è soltanto l’ennesima spia di una crisi più profonda. L’inadeguatezza delle strutture scolastiche si somma ad altri problemi cronici: le classi pollaio, il definanziamento progressivo dell’istruzione pubblica, la precarietà diffusa del personale docente e ATA, la lentezza degli interventi del PNRR, spesso concentrati su altri segmenti del sistema educativo. Ogni inverno, la stessa emergenza viene raccontata come un evento eccezionale, quando in realtà è la manifestazione prevedibile di un sistema lasciato invecchiare senza una visione di lungo periodo.

«Non possiamo accettare che il freddo in classe e il degrado degli edifici vengano normalizzati», afferma a VD Bianca Piergentili, Coordinatrice regionale della Rete degli Studenti Medi del Lazio. «Studiare in ambienti insicuri e malsani non è solo un disagio, ma una violazione del diritto allo studio e una diretta conseguenza di anni di tagli all’edilizia scolastica».

«Vogliamo scuole sicure e accoglienti, e vogliamo risposte dal Ministro Valditara. La risposta non può essere investire 900 milioni per le scuole private: abbiamo bisogno di finanziare gli spazi e la scuola pubblica», conclude Piergentili