Il 16 ottobre la Commissione Ue ha presentato ufficialmente il “Patto per il Mediterraneo”, un piano che punta a rafforzare la cooperazione con i Paesi della sponda Sud ed Est del Mediterraneo. L’iniziativa, frutto di mesi di consultazioni, coinvolge Palestina, Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Libia, Marocco, Siria e Tunisia. Tre i pilastri su cui si fonda: la formazione e la cultura, la cooperazione economica, tecnologica e ambientale e la gestione comune di migrazioni e sicurezza.

Ma al centro del Patto c’è soprattutto la scommessa sui giovani. La Commissione propone infatti di creare una vera e propria “Università del Mediterraneo”, una rete di atenei, campus e programmi di studio condivisi tra Europa, Nord Africa e Medio Oriente.

«Nel lungo termine l’idea è quella di arrivare a delle università fisiche, ma in questo momento ci concentriamo su obiettivi più raggiungibili», ha spiegato Stefano Sannino, direttore generale della Commissione per il Medio Oriente e principale responsabile del Patto, in un’intervista a Open. «L’idea principale è quella di creare alleanze tra atenei per far sì che nelle varie discipline si creino finestre, scambi di studenti e ricercatori, corsi di studi dedicati al Mediterraneo».

Il percorso dovrebbe partire dall’estensione del programma Erasmus+ ai Paesi del Sud del Mediterraneo, incoraggiando la mobilità di studenti e docenti, laureati congiunti e riconoscimento reciproco dei diplomi. In una fase successiva, dovrebbe nascere una “Alleanza delle Università del Mediterraneo”, incaricata di coordinare ricerca, consorzi accademici e scambi culturali.

Il “Patto per il Mediterraneo” nasce dunque come visione strategica di pace e sviluppo condiviso. Tuttavia, non sono mancate le critiche. Diverse voci nel mondo accademico e politico temono, infatti, che dietro la retorica della “cooperazione” si nasconda l’ennesimo tentativo di di estendere la propria influenza economica e culturale sul Sud del Mediterraneo. 

Per alcuni osservatori, l’iniziativa rischia di trasformare il Nord Africa e il Vicino Oriente nel “cortile di casa” dell’Unione Europea, un’area modellata sulle priorità strategiche di Bruxelles più che sulle esigenze locali. A una settimana dagli accordi di Sharm el-Sheikh, con un Medio Oriente ancora in fiamme, il nuovo Patto europeo sembra muoversi su un crinale sottile: tra il sogno di un Mediterraneo condiviso e il rischio di un nuovo capitolo di imperialismo soft.