In un Paese dove sempre più spesso il dissenso viene trattato come una colpa, e dove alle manifestazioni studentesche si risponde con i manganelli, non stupisce che la scelta di alcuni ragazzi di non presentarsi all’orale dell’esame venga accolta con misure repressive, invece che con l’ascolto e la riflessione. Nei giorni scorsi, alcuni studenti – consapevoli di aver già ottenuto il voto minimo per diplomarsi – hanno deciso di non sostenere l’orale della maturità. Non per pigrizia, ma per lanciare un messaggio contro un sistema scolastico che li vuole sempre più performanti e competitivi.

La risposta del ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, non si è fatta attendere: ha annunciato una riforma per impedire in futuro il passaggio dell’anno a chi rifiuta di presentarsi all’orale. Come se la protesta non fosse espressione di un disagio, ma solo un atto di indisciplina da reprimere. Come se alzare la voce contro una scuola sempre più selettiva e impersonale fosse solo un modo furbo per saltare un giorno di lezione.

Il messaggio è chiaro: se protesti contro la guerra a Gaza, ti becchi i manganelli. Se blocchi una strada per chiedere diritti sul lavoro, rischi il carcere. Se critichi una scuola che ti valuta come una macchina, che misura i tuoi risultati senza mai chiederti come stai, ti accusano di voler sfuggire alle responsabilità. È una logica autoritaria che soffoca ogni forma di dissenso, e che trasforma anche la scuola in un campo di addestramento. Ma quella degli studenti non è un capriccio. È un grido, silenzioso ma potentissimo, contro un’idea di scuola che non li riconosce come persone, ma come numeri. Una scuola-azienda, costruita su modelli produttivi, dove non si viene per imparare, ma per superare gli altri, per vincere, per competere.

Eppure i numeri raccontano una realtà diversa. Il 51,4% degli studenti vive stati frequenti di ansia o tristezza, il 49,8% si sente cronicamente stanco, il 46,5% prova nervosismo continuo. Quasi uno studente su dieci abbandona la scuola prima del diploma, e tra gli studenti stranieri il dato sfiora il 25%. Davanti a tutto questo, davvero possiamo dire che la scuola, così com’è, funziona?

La scuola dovrebbe essere un luogo dove si può sbagliare e imparare, dove si cresce, si scopre chi si è, non un percorso a ostacoli dove solo chi ha più mezzi riesce ad arrivare in fondo. Eppure il governo continua a spingere in un’altra direzione. Reintroduce il voto di condotta, lo collega alla maturità, e ora reprime anche chi – stanco di tutto questo – prova a protestare.

Non è un caso che Valditara, lo stesso ministro che ha definito l’umiliazione «una tappa necessaria della crescita», oggi imponga una «scuola del merito» che sembra aver dimenticato cosa significhi davvero educare. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: edifici fatiscenti, insegnanti precari e stremati, studenti disillusi.

Forse è arrivato il momento di cambiare linguaggio, di ricordarci che un ragazzo non è il voto che prende all’esame. E che chi ha il coraggio di protestare, anche soltanto con un’assenza, contro un sistema che non lo ascolta, merita ascolto e attenzione. Non punizione.