«È colpa del precariato se non mi rivedrete a settembre», lettere di docenti agli studenti
L’anno scolastico è finito da qualche giorno per gli studenti che quest’anno non affronteranno la maturità. Con l’ultima campanella, arriva anche il momento dei saluti ai docenti precari, costretti a cambiare scuola ogni anno.
«Ci sarà l’anno prossimo?» è la domanda che più spesso risuona tra le aule degli istituti di tutta Italia.
Marta Olmi, docente precaria di storia dell’arte alla scuola media, ha deciso di rispondere con una lettera aperta ai suoi studenti.
«Questo “non sapere”, quest’anno, pesa un po’ di più. Mi fa sentire sospesa, come se stessi lasciando qualcosa di incompiuto. La precarietà dei docenti danneggia anche voi studenti, perché rende difficile costruire un percorso continuo», scrive Marta.
La sua storia non è un caso isolato.
«Come circa il 25% degli insegnanti della nostra scuola – scrive don Manuel Belli, insegnante, in una lettera ai suoi studenti pubblicata sulla sua pagina Facebook – io sono precario, da diversi anni. Significa che ho un contratto a tempo determinato che scadrà il 30 giugno. Da anni vengo assunto a settembre e licenziato il 30 giugno dallo Stato, e d’estate percepisco un sussidio di disoccupazione. Mi piacerebbe portarvi in quinta – scrive il docente – mi piacerebbe avere ancora il privilegio di vedervi crescere. Ma tutto questo non ha spazio nel nostro Paese».
In Italia, circa 250mila docenti su un totale di 943mila lavorano in condizioni di precariato, ovvero uno su quattro. Hanno un’età media di 45 anni, secondo i dati della Flc Cgil, e vivono una quotidianità segnata dall’incertezza: le loro carriere, le scelte familiari e i progetti di vita dipendono da contratti a tempo determinato, che non sempre vengono rinnovati.
«Ci chiedono di essere educatori nei documenti, poi il lavoro educativo fatto di continuità non conta nella pratica – scrive ancora don Manuel Belli –. Se ci sarò, è perché sono riuscito a resistere ancora un anno a una situazione davvero molto stressante. È durato un anno e tre mesi l’ultimo concorso: io non so se riuscirò a reggere ancora tutto questo, sapendo che non è valso a nulla».