L’Italia continua a rivelarsi incapace di offrire opportunità concrete a chi ha studiato e investito nella propria formazione, spesso con enormi sacrifici personali e familiari. Il risultato è un’emorragia silenziosa di capitale umano qualificato.
Negli ultimi dieci anni, circa 97 mila laureati italiani hanno lasciato il Paese in cerca di opportunità migliori. Solo nel 2023, ben 21 mila giovani tra i 25 e i 34 anni con una laurea hanno scelto di espatriare, segnando un record storico. Nel 2024, il fenomeno migratorio si è allargato ulteriormente: in totale, 191 mila persone – con titolo di studio universitario o meno – hanno abbandonato l’Italia.

Dietro queste cifre ci sono storie di giovani altamente formati che si scontrano con un mercato del lavoro stagnante, sottopagato e privo di prospettive. La mancanza di meritocrazia, la precarietà diffusa, stipendi poco competitivi e l’assenza di percorsi di crescita professionale sono solo alcuni dei fattori che spingono tanti ragazzi italiani a cercare altrove ciò che il proprio Paese non offre.

A fotografare l’apparente contraddizione tra aumento dell’occupazione e crescente disagio lavorativo è il Rapporto Annuale 2025 dell’Istat. Secondo il report, i posti di lavoro aumentano, ma senza produrre ricchezza né per il Paese né per i lavoratori. Tra il 2000 e il 2024, il Pil italiano è cresciuto solo del 9,3% in termini reali, contro il 30% della Germania e della Francia e addirittura il 45% della Spagna. Intanto, le retribuzioni hanno perso il 4,4% del potere d’acquisto tra il 2019 e il 2024.

Il dato più allarmante riguarda i giovani: 8 nuovi occupati su 10 nel 2024 hanno più di 50 anni. Gli over 50 rappresentano oggi il 40,6% degli occupati, mentre i lavoratori tra i 35 e i 49 anni sono in calo. L’occupazione cresce, sì, ma nei settori a bassa produttività come la ristorazione e il turismo, non in quelli innovativi.

Un altro nodo cruciale è la vulnerabilità lavorativa: «Oltre un terzo dei giovani occupati e quasi un quarto delle donne sperimenta almeno una forma di vulnerabilità», ha sottolineato il presidente Istat. Nel 2024, il 28,1% dei giovani under 35 ha un contratto a tempo determinato, e il 5,9% è costretto a unire part-time involontario e contratto a termine.

Grave anche il divario territoriale: nel 2024, tra Nord e Sud, il tasso di occupazione tra i laureati 30-34enni varia di 17,8 punti percentuali, e il divario cresce ulteriormente tra diplomati e chi ha solo la licenza media. L’Italia resta seconda in Europa per numero di Neet, giovani che non studiano e non lavorano.

I numeri presentati dall’Istat ci dicono che l’Italia continua a formare eccellenze, ma non riesce a trattenerle. Anzi, spesso le scoraggia con un sistema chiuso, lento, gerarchico, che non premia il merito ma favorisce l’appartenenza e l’anzianità. Ogni giovane che se ne va rappresenta un investimento formativo che non produce ritorno per il Paese, un potenziale innovatore, un professionista, un imprenditore che arricchirà un altro sistema economico e sociale.

Mentre altri Paesi attraggono i nostri migliori talenti offrendo condizioni dignitose e stimolanti, l’Italia si ritrova con un tessuto produttivo impoverito, una ricerca universitaria precaria e in forte affanno e un mercato del lavoro incapace di competere. Se non si interviene con politiche concrete, capaci di mettere i giovani, il merito e l’innovazione al centro, il rischio è quello di un Paese sempre più vecchio, disilluso e destinato al declino.