Il governo Meloni ha scelto, ancora una volta, di rispondere alle proteste di piazza e al crescente malcontento sociale con un inasprimento delle pene. Ieri è stato approvato un nuovo decreto Sicurezza che introduce un reato per le violenze alle manifestazioni, estende il fermo preventivo anche ai minorenni e modifica le regole sull'imputabilità dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni. A Milano arriveranno 500 militari, a cui il governo avrebbe voluto attribuire poteri di polizia giudiziaria, una possibilità fortunatamente esclusa dal Quirinale.

Nel dibattito politico di questi giorni, alla condanna della violenza non è seguita un’analisi altrettanto seria di chi abbia partecipato agli scontri e delle ragioni del loro risentimento. Lo stesso presidente Sergio Mattarella, pur definendo inaccettabili i disordini, ha chiesto di interrogarsi su questi «soggetti inediti» e sulle radici di quanto accaduto.

A partecipare agli scontri sono stati anche molti giovani, figli di immigrati, cresciuti nelle periferie delle nostre città, dove le disuguaglianze sociali si accompagnano all’esclusione. Sono ragazzi che hanno frequentato le scuole italiane, sono nati qui e che continuano a essere percepiti come stranieri. 

Per chi cresce osservando i propri genitori lavorare senza riuscire a migliorare le proprie condizioni, e non intravede alcuna prospettiva di emancipazione sociale, la sfiducia verso le istituzioni non può essere liquidata come il semplice desiderio di provocare disordini. Riconoscere le ragioni di questo malcontento non significa giustificare le violenze, ma provare a razionalizzare un fenomeno che sarebbe sciocco affrontare soltanto con il pugno duro.

D’altronde, il governo ha già sperimentato questa strada. Le operazioni definite «antimaranza» dalla destra non sembrano aver risolto il problema che avrebbero dovuto affrontare, mentre il decreto Caivano ha contribuito a rendere ancora più affollato un sistema penitenziario già in crisi. Al 31 agosto 2026 nelle carceri italiane si contavano 65.661 detenuti a fronte di 51.220 posti regolamentari. Negli istituti penali per minorenni, secondo Antigone, i presenti sono passati dai 381 della fine del 2022 ai 581 dell’aprile 2026, con un aumento del 52,5% che l’associazione riconduce anche agli effetti del decreto Caivano, senza riscontrare un corrispondente aumento della criminalità minorile. Se la risposta continua a essere il carcere, è legittimo chiedersi quali opportunità educative restino a ragazzi che avrebbero bisogno, prima di tutto, di scuola e percorsi di inclusione.

Il rischio è che nuove misure punitive alimentino proprio quel risentimento che promettono di contenere. La sicurezza delle città non si misura soltanto dal numero degli arresti e dalla severità delle condanne, né si costruisce contrapponendo chi manifesta a chi chiede di vivere e lavorare senza paura. Per affrontare il malcontento bisognerebbe anzitutto entrare nei quartieri, confrontarsi con chi non riesce a pagare un affitto, con gli studenti che non trovano un posto letto, con i lavoratori ai quali lo stipendio non basta fino alla fine del mese e con chi vede aumentare i costi della propria attività. 

Si può continuare a raccontare nei salotti televisivi amici che va tutto bene, che l’Italia è diventata il Bengodi. Bisognerebbe però smetterla di fingersi sorpresi quando nelle piazze c’è chi ricorda al governo che, fuori dalla propaganda, la realtà di questo Paese è ben diversa.