Italia in Piazza, chi sono i giovani dietro le manifestazioni del 17 ottobre
di Samuele MaccoliniChi c’è dietro le manifestazioni che il 17 ottobre hanno coinvolto migliaia di persone, 5mila solo a Milano? Una quarantina di giovani con un’età media di 21-22 anni, tra rappresentanti locali e coordinatori, gestiscono un gruppo Telegram da 4mila utenti in cui diffondono le date delle piazze, forniscono assistenza, comunicazioni e avvisi. Si definiscono apartitici e il loro faro è l’articolo 17 della Costituzione: quello che tutela il diritto a riunirsi pacificamente.
Sabato il movimento #italiainpiazza è sceso in piazza in 14 città. Oltre a Milano c’era Torino, Genova, Roma, Bari, Lecce, Palermo, Ancona, Bologna, Firenze, Verona, Padova, Brescia, Udine. Il passaparola social ha allargato la partecipazione. Media, partiti tradizionali e forze dell’ordine sono stati presi alla sprovvista. «Ora l’obiettivo è unirsi alle proteste di agricoltori e autotrasportatori che da giorni bloccano il Sud», raccontano a VD in un’intervista esclusiva.
Dopo le manifestazioni alcuni membri fuoriusciti hanno creato la pagina e il gruppo Movimento 17 Ottobre, contestando la necessità di una forma di lotta decentralizzata e più battagliera. Il gruppo, culturalmente vicino ai movimenti della sinistra extraparlamentare già attivi in Italia, ha annunciato una mobilitazione permanente con appuntamento nelle piazze ogni sabato alle 15.
Per #italiainpiazza, i piani sono solo all’inizio. «Siamo al lavoro su una proposta di boicottaggio diffuso e a scacchiera», annunciano. Un piano che partirà con l’invito allo stop collettivo al pagamento delle bollette, provocando ritardi nei pagamenti. Obiettivo? Mettere in difficoltà i gestori che fanno affari con la crisi per fare pressione sulla politica.
Come nasce il movimento Italia in Piazza e da dove è nata l'idea?
«Alcune persone si sono trovate a commentare sotto lo stesso video su TikTok (che riguardava l’attuale clima politico europeo) e si son dette “anche noi in Italia dovremmo far qualcosa". 3-4 giorni dopo avevano un gruppo WhatsApp pieno di persone e un paio di settimane dopo quasi 15 città che scendevano in piazza lo stesso giorno».
Chi è il vostro leader?
«No, nessun leader. Chiaramente ogni persona contribuisce secondo le proprie disponibilità e il proprio interesse, quindi ci sono persone che si conoscono meglio all’interno dei gruppi, ma nessuna di queste ha nessuna forma di leadership, tutto viene gestito nella forma più collettiva possibile».
Le manifestazioni erano concordate?
«Sì, tutte. Ogni città ha trovato delle persone che si accollassero di presentarsi alla Questura competente come promotrici. Le Questure sono tutte rimaste in costante contatto con noi (in alcune città fin troppo, iykwim [slang per “se capisci cosa intendo” ndr])».
Siete stati contattati da partiti politici?
«In maniera un po’ subdola (immaginiamo per un partito sia costoso stabilire rapporti diplomatici con una realtà che li sfida un po’ tutti) ma sì. In ogni città a loro modo, realtà politiche anche molto diverse ci hanno contattato per sondarci e capire se parlassimo più con loro oppure con i loro avversari. Però hanno reagito tutti bene allo scoprire che parlavamo con ogni singola persona “loro” e dei “loro avversari”. Sembra quasi che eliminando le etichette di partito dalle piazze si scopra di avere tanti punti su cui è possibile discutere».
I partiti politici stanno utilizzando le vostre lotte infiltrandosi nei cortei?
«No, sembrerebbe che il nostro messaggio sia stato recepito dalla maggior parte delle pedine sulla scacchiera politica. Sappiamo che persone di vari partiti si sono unite ad alcune delle nostre piazze, ma poche hanno provato a usarle come piattaforme di autopromozione e con scarsi risultati. Esattamente l’ambiente che volevamo creare: amalgamante per le persone, reputazionalmente costoso da frequentare per realtà partitiche».
Tanti stanno capitalizzando sulle piazze di sabato.
«Stanno venendo create proprio in queste ore pagine social che cercano di cavalcare l’onda di notiziabilità derivata dalle piazze che abbiamo coordinato spacciandosi per noi. “Movimento 17 Ottobre”* è uno dei tanti, ma anche tanti gruppi simili che si spacciano per noi stanno spuntando ovunque. Non siamo noi».
Cosa ne pensate di scontri e devastazioni che sono avvenuti a Milano?
«Certe scene non fa mai piacere vederle, siamo sicuri che chiunque con un po’ di empatia capisca che molte persone presenti nelle piazze sono state molto male fisicamente ed emotivamente ed è la cosa che più di tutte ci teniamo a prevenire. Ma al di là di questo, ognuno di noi ha il proprio pensiero e non ci siamo ancora neanche confrontati collettivamente su questo, anche perché ogni episodio è a sé e va analizzato insieme. Quello che è certo, è che ci sono dinamiche di piazza, caratteristiche dei tessuti sociali locali, scelte di gestione delle singole Questure che si intrecciano nelle manifestazioni e danno origine a fenomeni molto specifici. Le scene viste a Milano e Torino, per esempio, non sono del tutto inedite per chi conosce quei posti e sa cosa sta succedendo».
Che tipo di politica volete proporre?
«Una politica fatta di persone che riescono a tenere in mano la propria bandiera e usarla come strumento per dialogare, invece che come stendardo di guerra. Una politica che superi la paura di conflitto tra persone e non cerchi di sedarla trasformandola in conflitto tra fazioni identitarie. E sopratutto una politica che la pianti di occuparsi dei bisticci tra partiti di destra e di sinistra (first world problems much?) e concentri il proprio sguardo verso l’alto, dove sono i problemi da risolvere».
Qual è il vostro obiettivo?
«Per adesso è continuare a coordinare e amplificare iniziative di protesta sul suolo nazionale. E non abbiamo intenzione di fermarci alle piazze: in questo momento siamo al lavoro su una proposta di boicottaggio diffuso e a scacchiera delle bollette, ritardi nei pagamenti che minimizzino i costi per gli utenti ma costringano i gestori (soprattutto quelli più “greedy" [avidi ndr]) a fare i conti con una minore stabilità nei loro flussi in ingresso. È nei nostri piani anche sentire autotrasportatori e agricoltori, affinché sappiano di non doversi accontentare perché anche l’Italia nelle piazze è con loro. Vogliamo arrivi il messaggio che non stiamo chiedendo a chi decide di ascoltarci: stiamo pretendendo di poter decidere».
*Movimento 17 Ottobre nasce per iniziativa di alcuni membri fuoriusciti che contestano a #italiainpiazza di avere un’organizzazione troppo moderata e che centralizza il potere. Supporta una protesta diffusa e decentralizzata, quindi più insidiosa e imprevedibile, ma difficile da controllare. Ha lanciato una mobilitazione permanente con appuntamento nelle piazze ogni sabato alle 15.