Mentre il Sud si ribella (distributori vuoti, strade bloccate, trattori e camion in presidio), le grandi televisioni continuano a guardare altrove. Io vivo qui, e quello che vedo ogni giorno somiglia poco alle immagini che arrivano dai telegiornali nazionali, dove il Mezzogiorno compare soltanto quando diventa un problema di ordine pubblico o una scenografia da vacanze. Il resto del tempo resta ai margini: le code ai distributori, le pompe a secco, gli scaffali dei supermercati che si svuotano, i trattori sulle strade, i camion fermi davanti ai caselli, le imprese che non riescono più a chiudere un mese senza perdere soldi. Sono immagini che circolano soprattutto nelle testate locali, mentre il Paese continua a guardare altrove. Lo vedo nelle strade di questi giorni.

Vedo auto in fila davanti ai distributori di carburante, persone che aspettano con il motore acceso sperando che arrivi ancora un po’ di benzina o di gasolio. Vedo camion fermi, trattori che occupano la carreggiata, agricoltori e autotrasportatori che parlano tra loro con un tono che non conoscevo: una rabbia precisa, concreta, difficile da contenere. Vedo operai che bloccano gli accessi alla raffineria di Taranto e imprese che non sanno se riusciranno a consegnare, a produrre, a restare aperte. Vedo persone che hanno smesso di chiedersi se le cose possano peggiorare e hanno cominciato a chiedersi fino a quando riusciranno a resistere.

In Puglia, in Calabria, in Basilicata e in Sicilia la protesta è scesa in strada. Agricoltori, olivicoltori, autotrasportatori, pescatori, operai: persone che lavorano, che producono, che tengono in piedi un Paese che poi le guarda soltanto quando le strade si bloccano. Sono vite messe in gioco. Chi guida un camion sa che ogni chilometro costa più di quanto possa restituire. Chi coltiva sa che il carburante è diventato una minaccia. Chi lavora nei campi o nei trasporti sa che dietro a ogni annuncio c’è un rinvio o una promessa che arriva sempre dopo che il danno è fatto (sempre se arriva). E gli aiuti, in questo caso, non sono arrivati. Nessuno ha preso posizione in modo netto, nessuno è sceso in strada a spiegare cosa succederà domani, nessuno ha dato una risposta all’altezza di un’emergenza che già si vede alle pompe e nei supermercati.

Le istituzioni stanno aspettando che il rumore passi. Il Sud, per chi governa, è comodo finché resta silenzioso. Diventa un problema solo quando incomincia a bloccare le arterie, a rallentare la circolazione, a ricordare che esiste. E anche allora la risposta è la solita: un comunicato, un incontro rimandato, una promessa senza volto. E poi c’è il paradosso che si vede ogni giorno nelle code davanti alle pompe. Mentre si protesta contro prezzi insostenibili, le auto si allineano per ore pur di fare il pieno. L’automobilista che maledice il costo del carburante, quando sente che il distributore sta per chiudere, corre a pagare comunque quel prezzo che odia. Per non rimanere a terra. Per non dover rinunciare domani al lavoro, alla scuola, alla visita medica, alla vita. È l’immagine di un Paese che protesta con la bocca e si adegua con il corpo.

Un Paese che individua il colpevole in televisione, condivide l’indignazione, ripete che qualcosa deve cambiare, ma si muove soltanto quando la crisi entra in casa, svuota il serbatoio e impedisce di andare al lavoro. Allora corre, paga, fila, si adatta, e poi torna a lamentarsi. Io però vedo anche altro. Vedo persone che hanno smesso di aspettare. Vedo trattori sulle strade e camion fermi davanti ai caselli, voci che si sommano e presidi che durano. Vedo un Sud che ha capito che la dignità si ottiene facendosi sentire. E vedo, soprattutto, la possibilità che questa rabbia diventi qualcosa di più di una cronaca di pochi giorni: una pressione continua, organizzata, capace di trasformare l’indignazione in una richiesta precisa e in un rapporto di forza. Perché il Sud ha bisogno di essere guardato quando non serve come scenografia estiva, ascoltato quando parla, rispettato quando lavora. Un territorio che si ribella mentre fa la fila per il carburante sta dicendo, con i trattori e con i camion, che la sua pazienza è finita. E che non intende più pagare, in silenzio, il prezzo dell’indifferenza.