«I bambini vedono i celerini entrare e uscire dal palazzo, sono molto spaventati. Prima dall’incendio, poi dal pensiero che questa possa non essere più casa loro».

 

Marco Perilli vive a Spin Time da quasi quattordici anni ed è uno dei membri del comitato di gestione dello stabile. Mercoledì sera, intorno alle 22.30, un incendio scoppiato in un locale tecnico esterno ha costretto all’evacuazione dell’edificio di via Santa Croce in Gerusalemme, a Roma. I vigili del fuoco hanno dichiarato il palazzo non agibile e la Procura ne ha disposto il sequestro probatorio. 

 

Da allora circa duecento abitanti dormono nel presidio allestito davanti all’ingresso, mentre gli altri si alternano tra strutture di accoglienza e la strada. 

 

Intorno al palazzo, però, è nata una sorta di “Spin Time all’aperto”: una cittadella costruita dagli abitanti e dai volontari con gazebo, cucine, cene popolari, dibattiti, attività culturali, piscine per i bambini e momenti di svago. Un modo per tenere viva quella comunità anche fuori dall’edificio e protestare, attraverso i propri corpi, contro il rischio sgombero.

 

«Quella sera siamo usciti pensando di rientrare dopo poco», racconta a VD. «Avevamo detto alle forze dell’ordine che saremmo stati collaborativi, avremmo consegnato le chiavi. Invece ci siamo accorti che stavano sfondando le porte degli appartamenti».

 

Per capire perché Spin Time sia diventato uno dei casi simbolo del diritto all’abitare bisogna fare un passo indietro. L’edificio era l’ex sede romana dell’INPDAP, rimasta vuota dopo essere stata conferita al Fondo Immobili Pubblici (FIP), nato per valorizzare e vendere parte del patrimonio immobiliare dello Stato. 

 

Oggi il fondo è gestito da Investire SGR. Nel 2013, dopo anni di abbandono, il movimento Action decide di occuparlo, trasformandolo in abitazioni e, nel tempo, in qualcosa di molto più grande.

 

Oggi Spin Time ospita circa 130 nuclei familiari (circa 400 persone) provenienti da decine di Paesi diversi. Ma ospita anche un teatro, una sala concerti, un’osteria popolare, una falegnameria, un coworking, un doposcuola, sportelli di assistenza e decine di attività culturali aperte al quartiere. È una delle esperienze di riuso sociale più conosciute d’Europa. 

 

Recentemente, racconta Perilli, il sindaco di Vienna ha visitato Spin Time per studiarne il modello, arrivando a sostenere che un’esperienza simile sarebbe utile anche nella capitale austriaca.

 

Eppure oggi questa esperienza rischia di interrompersi. Spin Time è infatti tra gli immobili inseriti negli elenchi delle occupazioni considerate prioritarie per gli sgomberi dal governo Meloni. Nello stesso elenco compare anche l’ex sede di CasaPound in via Napoleone III, sulla quale però finora non si è arrivati a un intervento esecutivo.

 

Nel frattempo il Comune di Roma sta tentando una mediazione con la proprietà per acquistare l’immobile e consentire il rientro degli abitanti. Ma, se l’accordo non dovesse arrivare, al momento non esiste un piano alternativo per le famiglie che vivono nello stabile. «Noi vogliamo rientrare qui», spiegano gli abitanti. «Di un’altra sistemazione parleremo solo se saremo costretti».

 

A rendere la vicenda ancora più particolare è anche la proprietà. Lo stabile appartiene al Fondo Immobili Pubblici ed è gestito da Investire SGR, uno dei principali operatori italiani nel settore del social housing e dello student housing. Attraverso altri fondi la società ha promosso il recupero di numerosi edifici dismessi, trasformandoli in studentati e abitazioni spesso criticati per i prezzi, considerati proibitivi. Basti pensare al grande studentato CX di Napoli, ricavato da un ex edificio direzionale, che propone stanze singole per studenti a prezzi che arrivano anche a 7-800 euro al mese. 

 

«È un paradosso», osserva Mosè Vernetti, attivista di Spin Time. «Ci troviamo davanti a soggetti che si presentano come promotori dell’edilizia sociale. Noi pensiamo che Spin Time dimostri che esperienze come questa possano diventare modelli da regolarizzare e replicare. Oggi, invece, vediamo sempre più immobili finire nelle mani dei grandi fondi e sempre più spazio destinato alla rendita immobiliare».

 

Perilli, invece, torna sempre alle persone. «Io sono solo in casa», racconta. «Se domani dovessi ricominciare da capo, in qualche modo me la caverei. Ma il mio pensiero va alle famiglie che vivono qui, ai bambini, alle persone fragili. Quello che abbiamo costruito in quasi quattordici anni non si sposta semplicemente da un edificio all’altro». È questo il motivo per cui, nonostante il caldo e le difficoltà, gli abitanti continuano a dormire davanti ai cancelli di Spin Time. Perché, spiegano, quello che stanno difendendo non è soltanto una casa, ma una comunità.