Per quasi un secolo, Taranto e l'acciaio sono stati la stessa cosa. L'Ilva dava lavoro, pagava stipendi, teneva in piedi un'intera economia locale. Il prezzo sono stati tassi di tumori e malattie respiratorie in città tra i più alti d'Italia. Negli anni l’ex ILVA ha beneficiato di molti fondi e prestiti pubblici, oltre che della cassa integrazione per pagare i dipendenti che non potevano lavorare.

 

Nel 2012, la famiglia Riva, proprietaria dello stabilimento viene arrestata con l’accusa di disastro ambientale e l’impianto viene sequestrato. Nel 2013, per evitare il fallimento e per permettere alla fabbrica di continuare a produrre, lo Stato ne dispone il commissariamento.  Nel 2018, la gestione passa al colosso ArcelorMittal, che però non mantiene le promesse di investimento e si ritira nel 2024. Da allora, il governo ha poi cercato un acquirente privato disposto a rilevarla.

 

Ieri, la Corte d’Appello di Milano ha deciso di sospendere entro 90 giorni l’attività dell’area a caldo dell’ex Ilva, subordinandone la riapertura alla rimozione dell’amianto ancora presente e alla riduzione delle emissioni entro limiti di sicurezza.  Senza l’area a caldo, però, non si può produrre acciaio. In questo senso, la vendita dello stabilimento, già molto complessa, diventa quasi impossibile.

 

Come scrive Paolo Alfieri su Avvenire: «per molto tempo Taranto è stata raccontata come una partita tra chi difende l’ambiente e chi difende il lavoro». Ma «nessuna famiglia dovrebbe essere costretta a scegliere tra lo stipendio e la salute e nessuna comunità dovrebbe aspettare una sentenza per ottenere quello che la politica avrebbe già dovuto garantire». 

 

Gli operai dell’Ilva erano lavoratori alla ricerca di un salario stabile. Come ricorda Alfieri, quando gli venivano ricordati i rischi connessi al loro lavoro rispondevano semplicemente «i nostri figli devono mangiare». In una terra «priva di alternative», almeno in apparenza, sembrava essere l’unica risposta possibile. Taranto, come altre città, si è identificata per decenni con la sua industria. Qualcosa di analogo è successo a Massa e a Carrara, dove sulle cave si è costruita una vera e propria narrazione mitologica, fatta di “cavatori eroici e coraggiosi”, pronti al sacrificio, in alcuni casi della vita stessa. 

 

La perfetta coincidenza tra la storia di queste città con quella dell’industria del marmo è stata raggiunta con la consacrazione delle cave a luogo adibito a tour turistici "esperienziali", dove far conoscere il lavoro dei cavatori mentre si degusta il lardo. Eppure, per chi vive quelle zone le cave sono sinonimo di inquinamento delle falde acquifere e di distruzione di ecosistemi, oltre che di tragiche morti sul lavoro.

 

Come Taranto, anche Massa e Carrara hanno puntato tutto su un unico settore. Il risultato oggi sono due città più povere della media regionale toscana, perché la ricchezza del settore lapideo non si redistribuisce sul territorio e non va alla comunità, ma resta nelle mani di pochi.

 

Alimentare un sistema perché «si è sempre fatto così» significa costringere persone e territori a vivere sotto ricatto e rende ciechi rispetto alle alternative, che invece spesso ci sono già. Nel caso di Massa-Carrara, il patrimonio ambientale potrebbe costituire una risorsa economica ben più sostenibile per la comunità e il territorio. Le montagne e le persone non sono “risorse” rinnovabili e continuare a porle in contrapposizione, come se l’esistenza dell’una presupponesse la cancellazione dell’altra, non è solo fuorviante ma criminale.