Quando «I can't breathe» arriva a casa tua
di Giulia EchitesVivo a Bologna da diciotto anni. Quando ho realizzato che si trattava esattamente di metà del tempo che sono su questa Terra - metà nel posto in cui sono nata e metà lì, a Bologna - ho provato una sensazione strana, ma di base molto positiva: Bologna è la città in cui ho studiato e mi sono formata, professionalmente e umanamente. È quindi la città che ho scelto come casa.
È anche per questo che la morte di Abderrahim Fakir mi ha scioccata: è successo a casa mia, nell’ultimo posto al mondo dove pensavo potesse arrivare quel tipo di violenza, quella marginalizzazione, quella razzializzazione e disumanità di cui è stato vittima Fakir.
No, non vivo nel mondo delle favole. Vivo anzi in Bolognina, forse uno dei quartieri più multietnici di Bologna insieme al Pilastro, dove era la famiglia di Fakir e dove Fakir è morto. E nonostante i tentativi di insinuarsi anche in questa città di pseudo-teorie (spesso gli stessi promotori a domanda non sanno dare definizioni) su remigrazione, teorie fasciste o che hanno alla base l’imposizione della forza sul diritto, io vedo tutti i giorni i risultati delle iniziative dal basso per l’integrazione: dal doposcuola in quartiere con corsi di italiano per i bambini, all’Iftar Street, la più grande festa di una Comunità islamica aperta a tutti in Italia.
Il problema, forse, è proprio che basso e alto si sono allontanati tantissimo. Le richieste dal basso sono il minimo sindacale: riconoscimento, ascolto, dignità. Dall’alto le risposte arrivano nella forma di militarizzazione, controllo del dissenso mascherato in “sicurezza”, marginalizzazione. Eric Garner, George Floyd, Moussa Diarra in Italia, i braccianti di Amendolara, sono tutte vittime razzializzate per le cui sorti ti indigni, prendi posizione. Ma quando succede a casa tua è tutta un’altra cosa. Emotivamente e perché di fronte alla violenza istituzionale il patto di fiducia si incrina.
E io, ora, non riesco a smettere di pensare che quell’abbraccio che, da anni, avverto arrivare da Bologna, come a ricambiare il fatto che io l’abbia scelta come casa, non sia solo frutto della mia posizione di privilegio per non aver dovuto chiedere, diciotto anni fa, un permesso di soggiorno.