Bologna chiede giustizia per Fakir
di Giulia Echites«Una città ferita»: Matteo Lepore, sindaco di Bologna, parla così per descrivere il risveglio di una città il giorno dopo la morte di Abderrahim Fakir avvenuta domenica 19 luglio al quartiere Pilastro, in seguito a un fermo di polizia. E Lepore convoca una piazza per lasciare che la famiglia di Fakir esprima le proprie richieste: che venga fuori la verità e sia fatta giustizia.
Il punto è, infatti, che esiste un video che riprende gli ultimi minuti di vita di Fakir: è a terra, faccia in giù, e due poliziotti sono sopra di lui, gli schiacciano torace e viso contro l'asfalto rovente, lo immobilizzano e gli spruzzano spray al peperoncino in bocca. Gli operatori sanitari lo guardano senza intervenire, fino al momento in cui Fakir non muore in strada. Il video fa il giro del mondo e per il New York Times è sensato fare paragoni con la morte di George Floyd negli Stati Uniti.
Così quella piazza (Piazza del Nettuno), convocata in via istituzionale, si riempie in modo tanto spontaneo quanto consapevole di persone che chiedono giustizia per Fakir: ci sono vicini di casa di Fakir, amici, conoscenti, c'è la comunità marocchina, ci sono i comitati di quartiere del Pilastro, la Cgil, l’Anpi, c'è il sindacato Si Cobas che avrebbe poi guidato operai e cittadini fino all'interporto di Bologna per un blocco e uno sciopero di qualche ora. Ci sono associazioni, collettivi, c’è Stefano Bonaga, Alessandro Bergonzoni, ci sono tante, tantissime persone. Una folla intersezionale riunita sotto il grido di «tocca a uno tocca a tutti».
Ed è la nipote di Abderrahim, Youssra Fakir, a parlare a nome della famiglia, sorretta - letteralmente - dalla folla tutte le volte che il dolore le spezza il fiato e le impone di interrompersi. Il suo messaggio però è tutt’altro che confuso: «Chi indossa una divisa ha una responsabilità enorme», dice Youssra, che chiede risposte, che vengano accertate eventuali responsabilità di polizia e personale sanitario. Intanto, proprio su questo la Procura di Bologna ha avviato verifiche su sei persone coinvolte: due agenti e quattro operatori del 118, utilizzando tra le prime volte in Italia l’iscrizione del procedimento in un registro separato, norma prevista nell’ultimo decreto sicurezza del Governo Meloni. Il cosiddetto “scudo penale”, espressione che non piace al ministro dell'Interno Matteo Piantedosi che parla invece di giusta collocazione di un caso all’interno di un registro apposito quando sono coinvolte persone che sembrano aver partecipato a un fatto con una sorta di “causa di giustificazione”.
«Chi indossa una divisa ha una responsabilità enorme», l'intervento di Youssra Fakir, nipote di Abderrahim Fakir
Youssra Fakir è la prima e l’ultima persona in Piazza del Nettuno a Bologna ad avere spazio per il proprio discorso. Dopo di lei le voci si sommano una all’altra: ci sono gli amici di Abderrahim che parlano di omicidio, c’è una vicina di casa che definisce la morte di Abderrahim una “morte politica”, frutto del clima di odio contro gli extracomunitari alimentato quotidianamente da “Salvini e chi gli è vicino”. In sottofondo, sempre, la piazza che chiede giustizia, la revoca dello scudo penale e attacca la polizia. In maniera completamente naturale da quella piazza non istituzionale parte un corteo che si dirige di fronte alla Questura e alla Prefettura di Bologna. A questo punto la richiesta è sempre quella di “giustizia per Fakir”, il presupposto è che “Fakir è stato ucciso, non è morto”.
È di fronte alla Prefettura che iniziano gli scontri. Sono stati lanciati bottiglie e bombe carta, gli agenti hanno risposto con idranti e fumogeni, due auto sono state incendiate e decine di persone sono rimaste ferite, tra poliziotti e manifestanti. Poi gli idranti, i lacrimogeni e anche le manganellate: a venire colpito è pure un giornalista collaboratore de L’Espresso, nonostante in un video che cattura l’istante si senta chiaramente l’uomo gridare, autoidentificandosi come giornalista. Tre ore dopo la convocazione della piazza da parte del sindaco di Bologna, alle 22 circa, il corteo si muove ancora compatto per le strade del centro, sono ancora in migliaia a cantare e protestare. Nel frattempo l’interporto di Bologna è bloccato, operai e operaie sono in sciopero, chiedono giustizia per Fakir, il loro collega che lavorava in una ditta di facchinaggio occupandosi di logistica e trasporti.
Questa notte le merci non entrano all’interporto di Bologna: «chi tocca uno, tocca tutti».