Il Piano Casa del governo Meloni punta ad aumentare l'offerta di abitazioni a prezzi accessibili, intervenendo sul patrimonio immobiliare pubblico e privato e individuando una serie di categorie considerate più esposte alle difficoltà del mercato. Nel testo approvato dalla Camera, però, viene dedicato un pacchetto di interventi specifici al comparto della sicurezza e della difesa. La prima novità arriva nell'articolo 1, che definisce la platea dei beneficiari. Durante l'iter parlamentare il testo è stato modificato per specificare che tra i lavoratori fuori sede destinatari delle misure rientrano anche quelli del settore della sicurezza.

Il riferimento riguarda i lavoratori «sia privati sia pubblici, con particolare riferimento al personale scolastico, sanitario, delle Forze di polizia, del Corpo nazionale dei vigili del fuoco e delle Forze armate». Se, però, per scuola e sanità il provvedimento si limita a questo richiamo generale, per il comparto sicurezza introduce anche misure dedicate. Una delle novità riguarda i programmi di edilizia integrata, cioè gli interventi che combinano alloggi a prezzi calmierati e abitazioni realizzate a condizioni di mercato. Tra le possibili destinazioni degli immobili, il decreto inserisce le «residenze per il personale delle Forze di polizia».

Un’altra misura specifica riguarda l’Arma dei carabinieri. L’articolo 9-bis modifica il Codice dell’ordinamento militare, che già disciplina gli alloggi di servizio dell’Arma, introducendo una nuova categoria di «alloggi di servizio per esigenze temporanee».  Per rendere operativa la misura, il provvedimento autorizza una spesa di 61mila euro annui dal 2026.  Il decreto stabilisce che questi alloggi «sono concessi prioritariamente al personale dell’Arma dei carabinieri nell’interesse dell’amministrazione, per motivate esigenze di carattere temporaneo connesse al servizio». L'intervento economicamente più rilevante è contenuto nell'articolo 11-bis, che stanzia nuove risorse per «migliorare le condizioni alloggiative (...) mediante la costruzione e l’acquisizione di nuovi immobili» destinati al personale della Difesa». Il decreto autorizza «una spesa di 15 milioni di euro per ciascuno degli anni 2026, 2027 e 2028», per un totale di 45 milioni di euro.

Lo stesso articolo prevede uno stanziamento anche per la Guardia di finanza. Per il Corpo vengono autorizzati 1,5 milioni di euro nel 2026, 3,9 milioni nel 2027 e 3,1 milioni nel 2028, per un totale di 8,5 milioni di euro. Il Piano Casa è stato molto criticato dagli studenti e dai collettivi universitari, che considerano le risposte del tutto parziali e insufficienti sul fronte dell'housing universitario. Il primo intervento riguarda il sostegno diretto agli affitti. L'articolo 4-ter incrementa di 8,5 milioni di euro per il 2026 il Fondo per gli alloggi degli studenti universitari fuori sede (istituito nel 2021). Il contributo sostiene le spese di locazione per gli iscritti alle università statali che vivono lontano da casa, mantenendo i requisiti già vigenti: Isee entro i 20mila euro, nessun altro contributo pubblico e criteri di merito.

Secondo Unione degli universitari (Udu), il piano «prevede ben poco in ambito di housing universitario», soprattutto a fronte di una platea nazionale di 900mila studenti fuori sede e in un contesto in cui il costo medio di una stanza singola è di 6-700 euro al mese. Forti critiche vengono mosse anche alla gestione degli alloggi legati al PNRR. Come scrive Udu, «per accelerare i processi, parte della ristrutturazione degli immobili verrà affidata a Invitalia, che riceverà una percentuale di compenso per i lavori di gestione proprio dal fondo della legge 338/2000». Una cosa, scrivono gli studenti, «che non possiamo accettare».

Infine, viene evidenziata l'assenza di veri investimenti pubblici aggiuntivi. Il Piano, infatti, opera uno spostamento di risorse già destinate alla rigenerazione urbana e all'efficientamento del patrimonio pubblico. Questa scelta, secondo i comitati studenteschi, rischia di impoverire ulteriormente i territori più fragili e i piccoli comuni, specialmente nel Centro-Sud, che perderanno fondi destinati a servizi essenziali, opere pubbliche e scuole, finendo per concentrare gli investimenti solo nelle grandi città del Centro-Nord.