La remigrazione è un’idea xenofoba e irrealizzabile
Negli ultimi mesi la parola remigrazione è uscita dai circoli dell'estrema destra ed è entrata nel dibattito pubblico italiano. Il suo obiettivo dichiarato non è solo rimpatriare gli stranieri irregolari, ma ridurre la presenza degli stranieri in Italia anche quando vivono qui legalmente.
L'aspetto più controverso e xenofobo di questa proposta è infatti il «patto di remigrazione volontaria»: un incentivo economico per convincere anche le persone che vivono regolarmente nel nostro Paese a rinunciare definitivamente al diritto di soggiorno e a qualsiasi futura possibilità di ottenere la cittadinanza.
L'idea di fondo – neppure troppo mascherata – è quindi che anche lavoratori, studenti e famiglie già integrate costituiscano un problema semplicemente perché straniere.
Per questo la proposta utilizza il denaro come leva per spingerle a lasciare il Paese: una misura profondamente xenofoba e violenta, che può essere letta come una forma di ricatto economico mascherato. Anche mettendo da parte il problema etico, resta una domanda: è davvero realizzabile? E quanto costerebbe farlo?
Secondo i dati del Ministero dell’Interno, il costo medio di un rimpatrio è di 3.637 euro per persona. Considerando le circa 339mila persone irregolarmente presenti in Italia si arriverebbe a una spesa di 1,2 miliardi di euro, senza tenere conto di altre spese, della necessità di aumentare personale, voli e procedure amministrative.
La proposta sulla remigrazione, però, come detto, non si ferma agli irregolari. Per rimpatriare persone regolarmente presenti, i costi diventano ancora più difficili da stimare: servirebbero incentivi molto consistenti, oltre ai finanziamenti necessari per favorirne il reinserimento nei Paesi di origine
Ci sarebbe poi un altro enorme ostacolo. Nessun rimpatrio può avvenire senza la collaborazione dello Stato che dovrebbe riaccogliere quella persona. Questo vale già oggi per gli irregolari e varrebbe ancora di più per un programma di remigrazione su larga scala rivolto ai residenti regolari.
L’Italia dovrebbe negoziare accordi bilaterali con numerosi Paesi, prevedendo modalità di rientro, programmi di reinserimento, sostegni economici e garanzie reciproche.
Per aumentare il numero dei rimpatri servirebbe inoltre ampliare la rete dei Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR), le strutture dove sono trattenute le persone in attesa dell’espulsione. Anche questo, però, comporterebbe costi elevati e forti contestazioni sociali, visto che le associazioni per i diritti umani parlano dei Cpr come di veri e propri “lager di Stato”.
La remigrazione avrebbe effetti non solo sulle finanze pubbliche, ma anche sull’economia italiana. Secondo la Fondazione Leone Moressa, il lavoro degli immigrati produce circa 177 miliardi di euro di valore aggiunto, pari a quasi il 9% del totale nazionale. Migliaia di imprese nei settori dell’assistenza familiare, dell’agricoltura, dell’edilizia, della logistica, della ristorazione e del turismo dipendono oggi in larga misura dalla manodopera straniera. Allontanare una parte significativa di questi lavoratori significherebbe ridurre la forza lavoro disponibile proprio mentre l’Italia affronta un forte calo demografico e un progressivo invecchiamento della popolazione.
Insomma, mettendo da parte qualsiasi discorso etico, la remigrazione non regge anzitutto alla prova dei fatti, conti alla mano. Richiederebbe miliardi di euro di spesa pubblica, nuovi accordi internazionali, incentivi economici diffusi, l’espansione della rete dei CPR e, soprattutto, l’allontanamento di persone che vivono regolarmente nel nostro Paese e che ne fanno già parte sotto ogni punto di vista.
Una proposta infattibile, prima ancora che xenofoba e violenta, che si fonda sull’idea che esista una patente di “italianità”, che si possano sradicare le persone dai luoghi in cui hanno scelto di vivere sfruttando la leva economica. Ma soprattutto, dice - neppure così tanto fra le righe - una cosa allarmante: che la presenza degli stranieri costituisce di per sé un problema, anche quando questi lavorano, pagano le tasse, studiano e contribuiscono alla crescita del Paese.