Nessuno si permetta di escludere le sorelle e i fratelli trans
di Vincenzo LigrestiI gay conservatori hanno presentato il 15 giugno scorso una proposta contro l’omofobia che esclude le persone trans, considerate evidentemente sacrificabili nel tentativo di “traghettare questi temi all’interno dell’alleanza Meloni”. Tra i primi a darne notizia è stato il sito Gay.it, con un pezzo del direttore Federico. Dietro la proposta: le associzioni GayLib, fondata nel 2007, e Gay Conservatori e Liberali, fondata nel 2026, di cui la rappresentante di punta, andata recentemente in tv da Lilli Gruber, è Francesca Pascale.
Facendo salve «le opinioni, le convinzioni o le manifestazioni di pensiero», il ragionamento sarebbe il seguente: siccome il DDL Zan (che includeva anche la disabilità) è stato affossato soprattutto per le questioni legate all’identità di genere, meglio eliminarle del tutto, far passare qualcosa di “buon senso”. Ma questa è solo una misera scusa perché è ovvio persino a un bambino che: presentare una legge che esclude una piccola minoranza della minoranza, vuol dire lasciarla indietro e basta.
I gay conservatori – che non mi pare proprio si chiamino LGBTQIA+ conservatori – con questa proposta scimmiotano il terribile LGB movement che promuove un'agenda che esclude le persone trans dalle lotte per i diritti. A tal proposito: nessuno si scorda gli ordini esecutivi negli Stati Uniti di Trump per cui le agenzie hanno cambiato tutti gli acronimi LGBTIQIA in LGB, e il video straziante dell’attrice Hunter Schafer sul suo passaporto. Ma senza andare lontano: in Italia, come ricorda Gay.it, sono avvenute recentemente due aggressioni a Roma e Reggio Emilia proprio a persone dell’ombrello trans.
Insomma, viviamo in un periodo dove le persone trans sono le persone della comunità che hanno bisogno di più protezione e visibilità possibile. Da un paio di anni, a Milano, esiste il Trans* Pride che ricorda che la lotta per le persone trans non deve essere lasciata indietro. Da alcuni è stato criticato, ma da persona queer che ha partecipato come alleata, e ne ha notate molte altre in parata, penso che non sia una spaccatura dal Pride più grande, ma un’amplificazione del suo vero senso originario. Il Pride è innanzitutto lotta. Non deve essere, travisando la sua vera essenza, “sobrio”.
Per intenderci: come scritto su Domani, il segretario del movimento Gay e Liberali, Emanuele Romanelli, «nei reel si schiera contro gender, woke, aborto (“un infanticidio”), si dice smaccatamente “orgoglioso per l’operato di Benjamin Benjamin Netanyahu” su Gaza». A Today, invece, ha detto che l’obiettivo è «eliminare le differenze tra un omosessuale e un eterosessuale», e di ammirare molto Vannacci «perché prende le distanze da quelli che sono gli eccessi».
Ma qua non stiamo parlando di etichette, parole o formalismi, piuttosto di vera sostanza e diritti. Le proposte che ragionano, senza troppi giri di parole, secondo il principio del “vabbè, ma chi se ne frega delle persone trans, sono quattro gatti, pensiamo solo ai nostri privilegi, quei pochi acquisiti, e quelli che potremmo ottenere"? Mi torna allora in mente Judith Butler, secondo cui la queerness – nella sua accezione più politica – deve rimanere uno spazio di “contestazione collettiva”: un movimento che mette continuamente in discussione gli assetti esistenti, e non assecondarli, per allargare gli spazi di convivenza delle differenze. Anche il DDL Zan, seppur non perfetto, nel suo impianto intersezionale, provava a fare questo: tenere insieme diverse forme di discriminazione, senza stabilire gerarchie.
Questa nuova proposta, invece, lascia indietro prima di tutto le persone trans, nel tentativo di risultare più accettabile agli occhi di una certa maggioranza. Lo fa ammantandosi di pragmatismo e “buon senso”, ma il risultato non cambia: c'è una parte della comunità che viene esclusa, da persone che sembrano avere qualche ambizione che va oltre l'attivismo associativo. Ma ripetiamolo, ancora una volta, per tutte: non c’è LGB senza T e tutto il resto. Amen.