“Grande è la confusione” sulla cannabis in Italia
Negli ultimi giorni centinaia di persone che utilizzano cannabis terapeutica su prescrizione medica hanno raccontato di essere state convocate da questure e caserme per fornire chiarimenti sulla propria terapia. Secondo le testimonianze raccolte, durante gli incontri sarebbero state poste domande sulle modalità di prescrizione, acquisto e consegna del farmaco. In alcuni casi i pazienti sostengono di aver firmato verbali senza riceverne una copia. La vicenda sarebbe legata alle verifiche avviate dopo alcune contestazioni sulle modalità di consegna della cannabis terapeutica. Attualmente il ritiro diretto in farmacia è consentito, così come il ritiro tramite delegato, mentre la spedizione tramite corriere non è ammessa secondo l'interpretazione prevalente della normativa. Il risultato? Malati cronici o intrasportabili costretti a muoversi di persona o a mandare delegati solo per un vuoto interpretativo della legge.
Il fatto ha spinto l'associazione Meglio Legale a pubblicare un vademecum per i pazienti, ricordando che la cannabis terapeutica è legale in Italia e può essere prescritta da medici abilitati all'interno di un percorso sanitario regolamentato. La cannabis a uso medico viene utilizzata soprattutto nel trattamento del dolore cronico, della spasticità associata alla sclerosi multipla, della nausea causata dalla chemioterapia e di alcune forme di epilessia farmaco-resistente.
In teoria la normativa è nazionale. In pratica l'accesso dipende molto dalla regione di residenza. Cambiano i criteri di rimborso, i percorsi prescrittivi e le modalità di distribuzione del farmaco, creando differenze territoriali significative. A questo si aggiunge il problema dell'approvvigionamento: secondo i dati raccolti da Meglio Legale, nel 2026 il fabbisogno nazionale è stimato in circa 2,5 tonnellate, mentre la produzione italiana dovrebbe fermarsi sotto i 400 chilogrammi, rendendo necessarie importazioni massicce dall'estero.
Mentre i pazienti denunciano controlli e convocazioni, sul fronte della canapa industriale stanno arrivando segnali di segno opposto dai tribunali. Nei giorni scorsi il Tar della Liguria ha sospeso una diffida emessa contro un cannabis shop, accogliendo in via cautelare il ricorso dell'attività commerciale. La decisione si inserisce in una serie di pronunciamenti che negli ultimi mesi hanno evidenziato i dubbi giuridici attorno alle restrizioni introdotte sulla commercializzazione dei prodotti derivati dalla canapa privi di efficacia drogante.
Parallelamente resta aperto anche il contenzioso sul CBD, con il Consiglio di Stato che ha già sospeso in via cautelare gli effetti della stretta ministeriale che equiparava alcune preparazioni orali a base di cannabidiolo ai medicinali stupefacenti. Il risultato è un paradosso tutto italiano. Da un lato la cannabis terapeutica è riconosciuta dalla legge da quasi vent'anni, prescritta dai medici e utilizzata da migliaia di pazienti. Dall'altro continuano a emergere ostacoli burocratici, differenze territoriali, problemi di approvvigionamento e persino convocazioni da parte delle forze dell'ordine. Sul fronte della canapa industriale, invece, una parte delle restrizioni introdotte negli ultimi anni continua a essere contestata nelle aule di tribunale. Più che un dibattito tra favorevoli e contrari, quello che emerge è un problema di certezza delle regole: per pazienti, operatori sanitari e imprese, capire cosa è consentito e cosa no continua a essere molto complicato.