«Sono stata segnalata ai servizi sociali dopo uno sciopero della fame per Gaza»
di Davide TragliaTra settembre e ottobre 2025 Alina ha partecipato a uno sciopero della fame organizzato da Ultima Generazione a Roma. Per diversi giorni è andata a Montecitorio insieme ad altre attiviste per chiedere il riconoscimento del genocidio a Gaza e maggiori garanzie per la sicurezza della Global Sumud Flotilla. Qualche settimana dopo, racconta a VD, è stata contattata dai servizi sociali.
«Mi hanno informata che era stata aperta una segnalazione nella quale si chiedeva di verificare che io non avessi abbandonato i miei figli a casa da soli mentre ero a Roma a fare lo sciopero della fame», racconta Alina a VD. La donna ha tre figli: una maggiorenne, uno con più di 14 anni e uno più piccolo.
La verifica, racconta Alina, avrebbe comportato diversi colloqui. «Sono stata convocata e ho dovuto raccontare tutta la mia vita, la mia storia e quella dei miei ragazzi. È stato convocato anche il mio ex marito». Secondo il suo racconto, i servizi sociali avrebbero inoltre raccolto informazioni presso le scuole frequentate dai figli minori.
Per Alina, l'aspetto più difficile non è stato tanto il colloquio quanto il coinvolgimento delle scuole. «Quando i servizi sociali arrivano in una scuola per chiedere informazioni su un ragazzo, anche senza entrare nei dettagli, resta uno stigma. Questa è stata la parte più dolorosa». La verifica, comunque, si è poi conclusa senza ulteriori conseguenze.
Il racconto di Alina solleva anche un’altra questione, più ampia, sul rapporto tra maternità e attivismo. «Non credo che sarebbe successo a un padre. Se fossi stata un uomo, nessuno probabilmente avrebbe sentito il bisogno di verificare chi si stesse occupando dei ragazzi».
«I miei figli non vivono in una famiglia problematica, ma in un mondo problematico. Ed è proprio per questo che provo a fare tutto quello che posso per cambiare le cose». Per due settimane, insieme ad altre attiviste, Alina ha manifestato davanti a Montecitorio per chiedere il riconoscimento del genocidio a Gaza e maggiori garanzie per la sicurezza della Global Sumud Flotilla. Qualche settimana dopo, racconta, le sarebbe stato comunicato l'avvio di una verifica per accertare che i figli non fossero stati lasciati soli durante i giorni trascorsi nella Capitale.
«Mi hanno informata che era stata aperta una segnalazione nella quale si chiedeva di verificare che io non avessi abbandonato i miei figli a casa da soli mentre ero a Roma a fare lo sciopero della fame», spiega a VD. Secondo il suo racconto, la procedura avrebbe comportato colloqui con i servizi sociali, il coinvolgimento dell'ex marito e richieste di informazioni alle scuole frequentate dai figli minori. La verifica si sarebbe poi conclusa senza ulteriori conseguenze.
«Non credo che sarebbe successo a un padre», sostiene Alina, che interpreta quanto accaduto come un tentativo di colpirla anche nel suo ruolo di madre. «I miei figli non vivono in una famiglia problematica. Vivono in un mondo problematico. Ed è per questo che continuo a lottare». A distanza di mesi, dice di non essersi lasciata intimidire da quanto accaduto. «Se pensavano di spaventarmi, hanno ottenuto l'effetto contrario. Sono ancora più determinata e ancora più arrabbiata. Quando c'è repressione, forse significa che stiamo colpendo nel punto giusto. Evidentemente quello che stiamo dicendo non è così irrilevante come qualcuno vorrebbe far credere».