«Abbiamo bloccato 8 container con forniture militari per Israele»
La mobilitazione degli attivisti e dei lavoratori portuali a Gioia Tauro ha portato, secondo quanto riferito dalle realtà organizzatrici, al mancato imbarco di otto container destinati alla MSC Manasvi, sospettati di contenere materiale bellico. I container sono rimasti nello scalo calabrese al termine di una giornata di presidio tra terra e mare. I container (16, in totale) erano già stati sottoposti nei mesi scorsi a richiesta di ispezione per verificare l’eventuale presenza di materiale destinato all’industria militare israeliana. Secondo le informazioni diffuse dagli organizzatori, otto di questi avrebbero dovuto essere caricati dalla MSC Manasvi, che però non ha effettuato le operazioni previste e non ha attraccato come atteso.
Il 29 maggio il porto calabrese di Gioia Tauro è stato al centro di una protesta svolta in concomitanza con lo sciopero generale contro l’economia di guerra promosso dai Giovani Palestinesi d’Italia e dai sindacati di base. Cinque imbarcazioni della missione “Thousand Madleens to Gaza”, partite dal porto Cetraro, hanno presidiato lo specchio d’acqua antistante il porto, mentre a terra si è svolta la mobilitazione davanti al terminal MSC con la partecipazione di lavoratori, sindacalisti e reti solidali. Al centro dell’azione diversi container – contenenti materiale giudicato “sospetto” (nello specifico acciaio presumibilmente destinato all’industria bellica) destinato a Israele.
Alla fine la nave Manasvi, che avrebbe dovuto caricare i container sospetti diretti a Israele, non ha effettuato le operazioni previste e non ha attraccato come atteso. Per le realtà promotrici si tratta del risultato di settimane di monitoraggio, campagne pubbliche e pressione congiunta sullo snodo logistico di Gioia Tauro, uno dei principali hub di transhipment del Mediterraneo. «La guerra passa dalle catene di approvvigionamento: fabbriche, contratti, container, porti, navi», hanno ribadito durante il presidio.
La mobilitazione ha inoltre espresso sostegno ai lavoratori portuali che nei mesi scorsi avevano chiesto verifiche sui container, aprendo un fronte sulla trasparenza delle merci in transito e sul ruolo dei porti nelle filiere militari. «Disarmare il genocidio significa rendere visibile la filiera e quindi interromperla», affermano gli attivisti, che considerano quanto avvenuto un passaggio significativo ma non definitivo. I container restano sotto osservazione e le reti coinvolte mantengono alta l’attenzione sul possibile riavvio delle operazioni, sottolineando il ruolo strategico dello scalo calabrese nelle rotte commerciali e militari del Mediterraneo.