Il 16 maggio Valeria, attivista del collettivo No Food No Science, è stata fermata a Mantova mentre si trovava in un bar a fare colazione insieme ad altre due attiviste, poche ore prima del Food&Science Festival, dove era prevista una protesta contro l’evento. «Solo perché i nostri volti sono associati a questo collettivo, la polizia ci ha fermato mentre facevamo colazione», ci dice. «Con il nuovo fermo preventivo fino a 12 ore, la repressione arriva prima ancora che il dissenso possa manifestarsi, prima ancora che tu possa fare qualsiasi cosa».

Il fermo preventivo è la norma più contestata dal nuovo decreto Sicurezza e consente alle forze dell’ordine di trattenere in Questura persone considerate potenzialmente pericolose prima di una manifestazione.  Si tratta di una misura che l’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione definisce il punto più «controverso» dell’intero provvedimento.

Nella relazione, pubblicata il 13 maggio, i magistrati hanno sollevato dubbi di costituzionalità, criticando il percorso con cui il governo ha trasformato in decreto-legge un disegno di legge già in fase avanzata in Parlamento. È, però, soprattutto sul contenuto dell’art. 7 che il documento concentra le critiche più dure. Secondo la Cassazione, il fermo preventivo si configura come una misura di «neutralizzazione della fonte del pericolo» che si sovrappone a strumenti già esistenti, come l’accompagnamento per identificazione, senza però definirne chiaramente finalità, i limiti e garanzie. 

I giudici evidenziano «l’ampia discrezionalità assicurata al questore» e «l’insufficiente precisione nell’individuazione delle condotte» che possono comportare valutazioni arbitrarie e quindi una «compressione del dissenso». Per Valeria, questa però non è stata una possibilità teorica. «Il collettivo aveva regolarmente preavvisato la manifestazione contro il festival, ma ci è stata negata qualsiasi piazza del centro storico. Ci hanno concesso solo uno spazio periferico e poco visibile», racconta a VD.  «Non avevamo fogli di via, due di noi non avevano neppure precedenti penali.», dice. «Quando ci hanno assegnato un’altra piazza, nel foglio non era previsto alcun divieto o Daspo dal centro. «Così una nostra attivista ha pubblicato un video invitando comunque le persone a presentarsi in piazza».

Per l’attivista, il cambiamento rispetto al passato è netto. «Negli anni precedenti la repressione arrivava dopo azioni di disobbedienza civile, dopo che il dissenso si era già espresso. Ora arriva prima ancora che il dissenso possa manifestarsi». Una situazione simile è quella che ha vissuto anche Emilia, nome di fantasia di una delle 91 persone fermate il 29 marzo mentre si recavano al Parco degli Acquedotti per commemorare Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone. 

«Ci eravamo dati appuntamento con alcuni amici per attraversare insieme il parco alle 9:30. Alle 9:45 eravamo già circondati da agenti, anche a cavallo», racconta a VD. Il gruppo è stato poi trasferito in questura a Tor Cervara e trattenuto fino a sera per rilievi fotodattiloscopici, impronte e fotosegnalamento. «Ci viene contestata una “manifestazione non autorizzata”, nel linguaggio freddo e burocratico tipico di questi atti, senza alcun riferimento alla commemorazione», spiega a VD.

La misura non è chiaramente riconducibile né alle procedure di identificazione né a indagini per reato, dato che nessun illecito è stato ancora commesso. «Questi decreti attribuiscono alle forze di polizia una discrezionalità molto ampia», afferma Francesco Tramontano, portavoce di Rete Libere di Lottare - No DDL 1660. «È importante che anche la giurisprudenza si esprima contro questo impianto normativo».

Per Tramontano, il fermo preventivo rappresenta «un ulteriore passo avanti verso uno stato di polizia», perché consente di intervenire prima ancora che il dissenso possa concretamente manifestarsi. «Di fatto si impedisce alle persone di esercitare un diritto fondamentale come quello del dissenso e di partecipare liberamente alle manifestazioni», spiega a VD.

Ne sono un esempio, secondo l’attivista, proprio le vicende raccontate da chi, come gli attivisti di Roma e Mantova, ha già sperimentato l’applicazione di queste misure. Perciò, spiega, «abbiamo accolto con interesse le critiche sollevate rispetto a questo decreto. Per noi è fondamentale che anche la giurisprudenza si esprima contro questo impianto normativo», conclude Tramontano.

Per chi contesta il provvedimento, però, il terreno dello scontro non si esaurisce nelle aule di tribunale. «Sappiamo benissimo che poi saranno soprattutto le lotte di lavoratori, studentesse, attivisti e sfruttati a cambiare l’inerzia di uno stato sempre più orientato verso guerra e polizia».