Ogni tre giorni una persona in divisa si toglie la vita. Mobbing, ragioni personali, lo stress legato a un lavoro mal pagato e che, a prescindere dal comportamento individuale, attira su di sé moltissime critiche. Eppure, il tema è molto sottorappresentato sia nei media che a livello istituzionale. In parte è legato a pregiudizi: l’uomo o la donna in divisa dev’essere tutto d’un pezzo per alcuni; altri, invece, tendono a disumanizzare le persone in divisa per via degli abusi che alcuni (tanti) loro colleghi compiono. Fatto sta che le vittime principali di questo sistema sono i giovanissimi: l’ultimo a togliersi la vita, mentre scriviamo, è un maresciallo ventiquattrenne in servizio a La Spezia.

Una crisi costante nel silenzio

Al 27 aprile, sono morte 19 persone. Un trend in linea con l’annus horribilis 2022, dove i morti furono 72. Ma anche il 2025 con le sue 40 morti e il 2024 con 50 non sono da meno. Uno dei principali problemi è l’assenza di dati ufficiali: c’è un gruppo su Facebook, Osservatorio Suicidi in Divisa, a fare questo lavoro. C’è anche una ONLUS che copre il fenomeno, il Cerchio Blu, che si occupa di formazione degli operatori e fa supporto psicologico. Ma manca un operatore istituzionale con cui confrontarsi, una cosa di cui i sindacati si lamentano da tempo.

Perché ci si suicida?

Le ragioni per cui ci si suicida sono le più varie: «Può capitare anche che ci si suicidi per ragioni personali», ci dice Marco (nome di fantasia), ex poliziotto in pensione «20 anni fa, quando i numeri sono iniziati a crescere, l’amministrazione aveva cercato di correre ai ripari. Aveva istituito delle “commissioni” in ogni regione  per cercare di capire perché certe cose succedessero. Ma non hanno mai voluto capire fino in fondo». Marco non nasconde un po’ di delusione per il lavoro della stampa. «La cosa va avanti e nessuno ne parla. Si parla di suicidi in carcere, ogni tanto esce fuori questa storia che i poliziotti si suicidano per delusioni d’amore», aggiunge. «Per carità, può succedere: sei facilitato dall’avere l’arma. Io avevo un collega a cui ho detto “dammi la pistola” il giorno prima che si uccidesse. Noi gliel’abbiamo ritirata, solo che poi lui è andato in Puglia, dove aveva casa, e si è impiccato». Ma le ragioni sono molto più profonde. La narrazione dell’essere “tutti fratelli”, secondo Marco, è fuorviante. «Sono tutti nemici, e la nostra carriera dipende dalla benevolenza o meno di un superiore. Ci si cerca di fare le scarpe a vicenda».

I risultati sopra di tutto

«Poi ci sono situazioni come quella di Rogoredo, in cui sei con o contro il Cinturrino della situazione [il poliziotto che ha giustiziato Abderrahim Mansuori, dopo anni di estorsione]», continua Marco.  «Anche io avevo gente così nel mio reparto, alla fine li hanno fermati. Ma alla gerarchia questo va bene, finché portano risultati. Questo anche a costo di violare smaccatamente la legge con schiaffi, pugni, cose al limite della tortura. La gerarchia vuole risultati e basta». E proprio di questa “gerarchia”, Marco parla con un misto di disprezzo e timore. «La gerarchia fa mobbing per farti capitolare, ha potere di vita o di morte “lavorativa” su di te. E spesso alla fine capitoli davvero». I mezzi sono tanti, dal mobbing “semplice”, a trasferimenti forzati.

La storia di Marco

Marco è stato vittima di questo sistema. «Un giorno, nel 2005 circa, mi separo da mia moglie con due figli a carico. Allora, chiedo alla gerarchia un orario più decente per gestire i miei bimbi. Svolgo le stesse cose, per cui la polizia ha speso milioni di lire per formarmi, solo mi serve un orario più flessibile». È li che per Marco inizia l’incubo. «Il mio superiore si impunta. Da quel momento, cambia tutto. Mi metto a rapporto e l’ufficiale più in alto di grado che avevo mi incontra. Lo conoscevo, avevamo lavorato insieme, avevamo un rapporto buono», dice. «Mi riceve e dice “Non ho chiesto a lei di separarsi, è una sua scelta. Si assuma le conseguenze di un problema che è solo suo”». Appena esce dal suo ufficio, entra un altro collega. «Li sento prendermi in giro con la porta aperta per la mia separazione. Per un momento, mi è passata in mente l’idea di compiere gesti estremi. Mi ha salvato un collega, che mi ha casualmente visto piangere. Non lo facevo mai, e mi ha portato via, fortunatamente». Da quel momento, la sua vita cambia: «Ero in un reparto grande, ma da quel momento sono uno zimbello. Sono caduto in depressione, anche in virtù di una serie di angherie gratuite. A fermarmi dal suicidio è stato solo il fatto di essere un genitore», dice. «Ma in quegli anni hanno provato a togliermi tutto, incluse le mie specializzazioni. Per loro, non avevo le “qualità morali” per il lavoro che facevo, malgrado una storia di ottimi risultati. Hanno cercato di demolirmi, un pezzo per volta». Dopo anni di angherie, Marco accetta un lavoro d’ufficio. «Mi demansionava, ma almeno potevo gestire i miei figli. Ho accettato».

La paura di chiedere aiuto

Parte del problema nasce dalla ritrosia a chiedere aiuto. Ce lo spiega bene Antonella Renzetti, agente di polizia locale e creatrice a Pescara lo scorso 10 marzo del “nucleo d’ascolto corpi militari e civili”. Uno sportello totalmente anonimo di supporto. «Ai primi di ottobre, una collega campana si è suicidata all’ottavo mese di gravidanza. Io ero già interessata, dal momento che mi sto formando come psicologa, volevo capire il perché. Quando ho letto questa notizia, ho chiesto di aderire per creare un’associazione di mutuo aiuto, interforze», dice. «È chiaro che non siamo titolati a fornire supporto psicologico, ma emotivo sì. Siamo un porto sicuro per loro, lontano dalle dinamiche lavorative, nelle quali scatta subito la valutazione psicologica», dice. «Da questo al ritiro dell’arma e al demansionamento, il passo è breve. Anche quando esiste un supporto psicologico nel loro reparto, i colleghi sono restii ad appellarsi, per timore di bloccare la carriera. La divisa permea ogni aspetto della vita, perderla ti toglie un pezzo di identità». Inoltre, dopo due anni di aspettativa sull’ultimo quinquennio per disagio psicologico, l’appartenente alle forze dell’ordine viene “riformato”. In parole povere, mandato a casa. E già dopo il primo anno, c’è una forte decurtazione dello stipendio. La minaccia di essere riformato è stata spesso uno strumento di ricatto nelle mani di superiori con atteggiamenti persecutori. In caso di situazione di grave disagio, il Nucleo si appoggia anche a esterni. «Tutti professionisti iscritti all’albo», ci tiene a sottolineare Renzetti. Che poi aggiunge: «Le forze dell’ordine non possono mostrare debolezze, quindi a noi viene richiesto d’essere invulnerabili. Noi possiamo essere più o meno desensibilizzati di fronte a certi eventi, ma siamo umani».

Impunità

Qualche modifica, negli ultimi anni, è stata compiuta: per esempio, oggi gli psicologi che esercitano nelle caserme sono reclutati fra le ASL. Questo riduce di molto il rischio di connivenze (e “confidenze”) fra psicologi e agenti. Ma il numero di morti non sembra calare, e spesso le cause sono il mobbing, la “gerarchia” che ha messo pressione a Marco per decenni. E la frustrazione per l’impunità di determinate figure fa la parte del leone. Antonio La Scala, avvocato, ci spiega come si paghi ancora troppo poco per questo tipo di cose. «La procedura penale non porterebbe nulla. Il reato di istigazione al suicidio è troppo vago per portare a qualcosa. Io ti posso insultare ogni giorno, ma poi come provi che qualcuno si è suicidato per causa mia?», dice. La pistola fumante la si ha solo con messaggi e istigazioni aperte al suicidio. Qualcosa che non si trova quasi mai. Malgrado questo, la denuncia penale serve per fare l’autopsia e per ottenere qualche documento in più. «Ma tutti questi processi vengono archiviati: un mio assistito, Umberto Paolillo, veniva mandato costantemente alla commissione medico-sanitaria con l’accusa di infermità mentale, e usciva sempre idoneo. Nessuno vuole testimoniare contro le gerarchie». La parola torna, dopo Marco, segno di una sensibilità diffusa. Paolillo, dopo anni di angherie e proteste inascoltate, si è suicidato il 18 febbraio 2021. Sulla vicenda, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha riferito nel marzo scorso. Un po’ più di spazio c’è nel civile. «In quel caso, non va dimostrato il dolo, basta che si provi la negligenza: tu non hai fatto nulla per evitare questo suicidio». Ma poi, cosa si rischia nel concreto? «Praticamente nulla: il risarcimento delle spese processuali. Sul caso Paolillo, abbiamo fatto causa al Ministero e al Comando competente. Avremo i risultati l’anno prossimo».

Combattere l’impunità: basta una legge?

Per provare a dare una scossa, la deputata del Movimento 5 Stelle Stefania Ascari e lo stesso La Scala hanno redatto una proposta di modifica dell’articolo 580 del Codice di Procedura Penale (CPP). L’articolo attuale punisce «Chi determina l’altrui suicidio». Una definizione molto vaga, secondo La Scala. «Dovrei dimostrare che passo tutto il mio tempo a inculcarti l’idea del suicidio». La riscrittura di La Scala, invece, determina una serie di circostanze precise (percosse, atti persecutori, mobbing, stalking, rafforzamento del proposito suicidario e ingiurie), per far partire l'indagine. Inoltre, la responsabilità, in caso di approvazione, ricadrebbe anche su chi agevola l’esecuzione del suicidio «con grave negligenza, imprudenza o imperizia. Questo trasforma l’ipotesi da dolosa a colposa, e rende più semplice perseguire chi sostiene questi meccanismi vessatori. La pena è più bassa, ma a me non interessa punire. A me interessa provare la responsabilità». Poi ci sarebbe un terzo filone», afferma. «Laddove il datore di lavoro non avesse adoperato le cautele idonee a preservare la salute del dipendente, quella diventa una violazione a livello di legge. Cosa che aiuterebbe ad aprire un grosso procedimento disciplinare, che andrebbe a rafforzare quello penale per istigazione al suicidio e quello civile per responsabilità dell’ente». Ma qualcuno ha mai pagato, almeno a livello disciplinare? A quanto pare, no. «Tutte queste persone restano nell’arma alla fine, con le loro posizioni e la loro arma. L’unica cosa che pagano, ogni tanto, sono le spese processuali. Non solo, se viene condannato il Ministero, paga esso, e non la persona che fa mobbing». Qualche spazio lo lasciano proprio le dichiarazioni del Guardasigilli Nordio. «Nel rispondere all’interrogazione parlamentare su Paolillo, ha sottolineato che via Arenula ha adottato una serie di strumenti per la sicurezza del lavoro. Una marea di belle parole, che però ora mi serviranno», dice La Scala. «Perché adesso potrò usare la risposta all’interrogazione parlamentare scritta da Nordio come rafforzamento per l’impianto accusatorio, la prossima volta che mi troverò ad affrontare una situazione così. Ma le circolari e le ispezioni non bastano: il ministero deve vigilare sull’applicazione di questi strumenti».

Quello che è certo è che, per adesso, l’omertà e l’impunità la fanno da padrone fra le forze dell’ordine.