È rimasto per tre mesi agli arresti domiciliari, ma quella coltivazione che gli era costata la libertà era in realtà perfettamente legale. Per questo la Corte d’appello di Palermo ha riconosciuto a un 33enne di Canicattì un indennizzo di oltre 10mila euro, stabilendo che la detenzione subita era ingiusta. La vicenda risale al 14 gennaio 2020, quando i carabinieri effettuarono un controllo nell’abitazione dell’uomo, rinvenendo marijuana e metadone.  Secondo l’accusa, le sostanze erano destinate a un uso non personale, circostanza che portò all’arresto e alla misura dei domiciliari. 

Tre anni dopo, però, il gip del tribunale di Agrigento ha archiviato il caso, chiarendo che “il fatto non è previsto dalla legge come reato”. Gli accertamenti hanno infatti stabilito che si trattava di canapa light certificata e autorizzata a livello europeo, coltivata nell’ambito di un’attività regolare. A quel punto l’uomo ha deciso di chiedere il risarcimento per i danni subiti, sia a livello economico, sia a livello d’immagine e per le conseguenze psicologiche subite.

La Corte d’appello di Palermo gli ha dato ragione, riconoscendo che non vi è stato alcun comportamento doloso o gravemente colposo da parte sua che potesse giustificare la misura cautelare. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, che si era opposto al ricorso, dovrà ora corrispondere l’indennizzo. Si tratta di una vicenda iniziata in un contesto normativo diverso da quello attuale. Nel frattempo, le regole sulla cannabis “light” si sono fatte ancora più restrittive, soprattutto dopo l’approvazione del decreto sicurezza. L’articolo 18 della legge 80/2025 consente infatti la produzione di infiorescenze contenenti CBD solo se destinate al “florovivaismo professionale”, vietandone ogni altro utilizzo.

Quella successiva al decreto sicurezza è una situazione che ha generato forte preoccupazione lungo tutta la filiera della canapa industriale e che in realtà resta tutt’altro che chiusa. Un ulteriore sviluppo è arrivato infatti nel febbraio 2026, quando il Tribunale di Brindisi ha rimesso alla Corte costituzionale la questione di legittimità proprio dell’articolo 18, sollevando dubbi sulla compatibilità della norma con la Costituzione e con il diritto dell’Unione Europea. Sul caso di Agrigento è intervenuta anche l’associazione Canapa Sativa Italia, sottolineando le conseguenze degli errori giudiziari in questo ambito. «Questo caso deve far riflettere: ogni procedimento sbagliato produce danni enormi. Se gli operatori danneggiati inizieranno a chiedere conto degli errori subiti, il tema dei risarcimenti potrà riguardare molti altri procedimenti ingiusti degli ultimi anni: sequestri, chiusure, accuse, costi legali, danni economici e reputazionali», ha dichiarato l’associazione.

Canapa Sativa Italia si è detta inoltre «disponibile a collaborare con procure, forze dell’ordine e istituzioni per aiutare a distinguere correttamente le attività lecite della filiera dalle condotte realmente illecite».