In Italia, il consumo di sostanze stupefacenti non costituisce, di per sé, un reato. Questo è il punto da cui partire per capire cosa succede davvero nella pratica. La legge punisce in modo severo lo spaccio, il traffico e tutte le attività legate al mercato della droga, mentre adotta un approccio diverso nei confronti di chi ne fa uso personale.  Questo, però, non significa che “fumarsi una canna” sia privo di conseguenze o completamente lecito. Il sistema ruota attorno a una distinzione fondamentale: non è il consumo a essere direttamente sanzionato, ma il possesso della sostanza. Qui entra in gioco l’articolo 75 del DPR 309/1990, che prevede sanzioni amministrative per chi viene trovato con una quantità destinata all’uso personale. 

In concreto, se una persona viene fermata con uno spinello o con un grammo di cannabis in tasca, non commette un reato, ma un illecito amministrativo. La sostanza viene sequestrata e scatta una segnalazione alla Prefettura. A quel punto si apre un procedimento amministrativo che può portare a diverse conseguenze: la sospensione della patente di guida, del passaporto o del porto d’armi, generalmente per un periodo che può andare da uno a tre mesi, ma che può aumentare in caso di recidiva. La legge non fissa una soglia rigida che separa l’uso personale dallo spaccio. Nella gran parte dei casi, un grammo è considerato compatibile con uso personale, ma la valutazione non si basa solo sulla quantità: contano anche altri elementi, ad esempio come è confezionata la sostanza, se ci sono più dosi già pronte, la presenza di strumenti per il confezionamento.

Se questi elementi fanno pensare a una destinazione verso terzi si entra nel campo dello spaccio, un reato che comporta conseguenze più gravi. Il quadro cambia radicalmente quando entra in gioco la guida. L’articolo 187 del Codice della strada prevede infatti un reato per chi si mette al volante dopo aver assunto sostanze stupefacenti.  Proprio su questo punto si è concentrata una delle modifiche più discusse del nuovo Codice della strada, fortemente voluto da Matteo Salvini. La nuova formulazione eliminava ogni riferimento esplicito alla condizione del conducente. Tradotto in pratica, significava che bastava risultare positivi a un test per far scattare automaticamente le conseguenze più pesanti, anche se si era perfettamente lucidi al momento della guida, magari perché si era fumato uno spinello giorni o addirittura settimane prima. Il cosiddetto “Lucido sì, lucido no” diventato praticamente un meme sui social.

A intervenire è stata poi la Corte costituzionale, che ha “corretto” questa impostazione senza cancellarla del tutto. La norma, ha chiarito la Corte, può essere applicata solo se l’assunzione di sostanze è tale da determinare una compromissione reale delle capacità di guida e quindi «un pericolo per la sicurezza della circolazione stradale».  Non basta quindi essere positivi: serve che quella positività corrisponda a un’alterazione effettiva. Anche in questo caso, però, resta un nodo aperto. La Corte non ha indicato delle soglie precise né criteri tecnici univoci per stabilire quando questa alterazione esista davvero. Di conseguenza, molto dipende dalle modalità dei controlli e dalle valutazioni caso per caso, con il rischio di applicazioni non sempre uniformi. 

Anche i controlli cambiano a seconda del contesto. Se una persona è a piedi, non esiste un obbligo generalizzato di sottoporsi a test antidroga solo per un sospetto generico, anche se le forze dell’ordine possono comunque procedere all’identificazione e ad altri accertamenti. Alla guida, invece, i controlli sono molto più frequenti e legittimi, proprio per le implicazioni sulla sicurezza pubblica. Come hanno mostrato anche diversi casi di cronaca negli ultimi mesi, il risultato è un sistema che continua a muoversi in equilibrio instabile, in parte contraddittorio e pieno di zone grigie: norme più dure, interpretazioni correttive dei giudici e margini di discrezionalità ampi. Sul fondo, nel frattempo, resta una questione che va oltre il tecnicismo giuridico: che fare, davvero, del consumo di sostanze? Ha ancora senso continuare a trattarlo come un problema da sanzionare, o non sarebbe il caso di iniziare a regolarlo in modo più chiaro e, soprattutto, meno ipocrita?