La condanna ad Ahmad Salem e il “terrorismo della parola”
di Dario MorganteMartedì 14 aprile si è concluso a Campobasso il processo contro Ahmad Salem, ventiquattrenne palestinese nato ad Al-Baddawi, nel nord del Libano. L’uomo è detenuto nel carcere di Rossano Calabro, in regime di alta sicurezza, da quasi un anno. Accusato di detenzione di materiale per “autoaddestramento con finalità di terrorismo” e istigazione a delinquere, è stato condannato a quattro anni di reclusione, a fronte della richiesta del PM di tre anni e sei mesi.
Il caso Salem è uno dei primi esempi di applicazione dell’articolo 270-quinquies.3, introdotto dal Governo Meloni con il Decreto Sicurezza dell’aprile 2025. La norma punisce la mera detenzione «consapevole» di video o file relativi a tecniche di combattimento o resistenza. Una fattispecie definita da molti giuristi come «terrorismo della parola», perché sanziona condotte prive di una reale pericolosità materiale.
L’indagine è scattata in modo fortuito nel maggio 2025: Ahmad si presenta in Questura per regolarizzare la sua posizione, avanzando richiesta di protezione internazionale. Non avendo i documenti fisici, mostra agli agenti le foto salvate sul cellulare. La polizia ispeziona però l’intero dispositivo, rinvenendo video da Gaza: combattimenti tra miliziani e carri armati israeliani, azioni di resistenza tra le macerie e immagini del genocidio in corso. Questo basta per incorrere in una pena massima di sei anni di reclusione.
Un secondo capo d’imputazione riguarda un video pubblicato da Ahmad su TikTok. Nel filmato, in lingua araba, l’imputato esprime una critica all’immobilismo del mondo musulmano di fronte agli eventi in corso a Gaza, invitando alla mobilitazione. Secondo l’accusa, queste dichiarazioni integrano il reato di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo.
«Se la medesima analisi fosse stata applicata a un cittadino ucraino, nessuno si sognerebbe di condannarlo per il possesso di scene belliche; Salem viene dichiarato terrorista solo perché palestinese». Queste le parole dell’avvocato Flavio Rossi Albertini, difensore di Salem, che ha sottolineato come i video in possesso del ragazzo fossero stati ripresi anche da media italiani mainstream (come La Stampa o Repubblica).
«Mentre io sono qui, tutta la mia famiglia è sotto i bombardamenti. A Gaza ho perso settantatré parenti. Ricevere queste notizie mi sottopone a una pressione insostenibile, una vera e propria tortura psicologica. Io sono palestinese e non ho mai compiuto atti contro la legge. Rivendico il diritto alla resistenza, riconosciuto dal diritto internazionale». Queste le parole di Ahmad, rivolte al Tribunale di Campobasso. L’uomo si trova da quasi un anno nel carcere di Rossano Calabro, in regime di alta sicurezza: un istituto più volte al centro di denunce per gravi criticità, tra carenze di personale e condizioni di vita indegna, definite “fuori controllo” dagli stessi sindacati della polizia penitenziaria
«Le accuse contro Salem sono di prototerrorismo», commenta l’avvocato Rossi Albertini a margine della condanna. La nuova norma non ha come obiettivo la prevenzione di minacce reali ma costituisce un pericoloso precedente di "diritto penale d'autore", passando dal punire i fatti al punire i profili sociali e l'origine geografica.
La condanna di Ahmad Salem, arrivata il 14 aprile a Campobasso, segna un punto di non ritorno per lo Stato di diritto in Italia. Ahmad non ha commesso atti di violenza, non ha pianificato attentati. È stato condannato applicando il nuovo articolo 270-quinquies.3 del codice penale, introdotto dal Governo Meloni: una norma che trasforma dei video del genocidio in materiale di “autoaddestramento terroristico”.
«Se mi condannate per dei video, allora chiunque viva in guerra va arrestato», ha dichiarato Ahmad in aula. La sua colpa, agli occhi della Procura, non è ciò che ha fatto, ma ciò che è: un palestinese che odia Israele per il genocidio in corso. La città di Campobasso diventa così il palcoscenico di un esperimento repressivo dove il sospetto etnico sostituisce la prova e il dolore viene elevato a minaccia per l'ordine pubblico.
Mentre il diritto internazionale resta inerte di fronte a un genocidio e i suoi autori e complici continuano a restare impuniti, entro i nostri confini si dispiega tutta la forza della legge contro chi quel genocidio lo denuncia o lo contrasta, soprattutto se palestinesi. Dal processo ad Anan Yaeesh, Ali e Mansour, alla detenzione nel CPR di Shahin, fino all’inchiesta di Natale contro Hannoun, il cui arresto è stato recentemente annullato dalla Corte di Cassazione. Poi le inchieste di Bologna, Firenze, Torino e Milano, contro i manifestanti italiani solidali con la causa palestinese. Una sproporzione che interroga profondamente il ruolo dell’Italia e delle sue istituzioni, dal Governo alle Procure, dalle forze di polizia alla magistratura.