Parlare di spopolamento nel Mezzogiorno non significa solo contare quante persone partono, ma analizzare perché restare sia diventato un atto di resistenza. Negli ultimi anni l’emigrazione dalle regioni meridionali è aumentata costantemente, spinta dalla mancanza di contratti stabili e dalla progressiva riduzione dei servizi pubblici essenziali.

A Cosenza, questo scenario viene analizzato da anni da La Base, un’associazione che gestisce uno spazio sociale nel quartiere popolare di via Popilia. Si occupano di supporto per il reddito, diritto alla casa e vertenze territoriali, lavorando per trasformare il disagio sociale in partecipazione politica attiva.

Insieme ad altre realtà del Mezzogiorno, l’associazione ha individuato nel progetto del Ponte sullo Stretto il simbolo di un modello di sviluppo sbagliato: grandi investimenti in opere monumentali mentre le infrastrutture di base e la messa in sicurezza dei territori vengono ignorate.

Federico, attivista de La Base impegnato nel coordinamento tra i movimenti, spiega la dinamica in corso: «L’opposizione al Ponte è anche l’opposizione a una modalità di governo basata sulla marginalizzazione. Si opera una selezione tra territori di serie A e territori di serie B».

Il rischio attuale è che il Sud venga ridotto a uno spazio destinato esclusivamente all’estrazione di risorse energetiche e al turismo di massa. Una condizione che rende sempre più difficile la “libertà di restare” per chi vorrebbe costruire una vita dignitosa nei propri luoghi d’origine senza essere costretto a emigrare.

Per questo l’11 e il 12 aprile diverse realtà sociali si riuniranno a Cosenza per l’assemblea “I Sud si organizzano”. L’obiettivo è superare la frammentazione delle singole lotte locali per elaborare una proposta politica comune che parta dalle esigenze reali di chi vive nel Mezzogiorno.

Il manifesto dell’iniziativa definisce così l’urgenza del confronto: «I Sud non rappresentano una periferia geografica da amministrare, ma un punto di osservazione dal quale è possibile mettere a nudo le macerie del modello capitalistico estrattivista».

L’appuntamento inizia sabato 11 aprile con un dibattito pubblico su emergenza climatica e disuguaglianze. Domenica 12 aprile, dalle ore 10:00 presso il Centro Sociale Rialzo, si terrà l’assemblea operativa per dare continuità alla rete di movimenti nata nei mesi scorsi a Messina.

«Il Sud non è un vagone lento da agganciare alla locomotiva del Nord, ma un laboratorio in cui è stato collaudato un modello di sviluppo parassitario. Vogliamo costruire un orizzonte di possibilità oltre lo sfruttamento». Parlare di spopolamento nel Mezzogiorno non significa solo contare quante persone partono, ma analizzare perché restare sia diventato un atto di resistenza.

Le regioni del Sud non sono "naturalmente" povere o arretrate: sono territori trattati come serbatoi da cui estrarre valore. Lo vediamo nell’estrazione violenta di risorse naturali, nella riduzione di intere aree a corridoi logistici per l'apparato militare o nella trasformazione delle coste in parchi giochi per il turismo di massa. In questo quadro, la narrazione della "Grande Opera" – come il Ponte sullo Stretto – serve a nascondere il vuoto lasciato da ospedali chiusi, ferrovie locali smantellate e centri storici che franano alla prima pioggia.

Non è incuria, è una strategia di governo che crea territori di serie B per alimentare quelli di serie A. Rifiutare questo modello significa rivendicare la libertà di restare: il diritto di abitare i propri luoghi con servizi efficienti, lavoro dignitoso e tutela dell'ambiente. È da questa consapevolezza che nasce il percorso "I Sud si organizzano". L'11 e il 12 aprile, a Cosenza, i movimenti sociali del Mezzogiorno si incontrano per trasformare la frammentazione in rete. Non per chiedere concessioni, ma per costruire un'alternativa politica radicata nei territori.