A più di un anno dai primi annunci, il piano casa italiano non è ancora arrivato sul tavolo del Consiglio dei ministri. Anche il primo intervento concreto, il recupero delle case popolari oggi inutilizzabili, sembra allontanarsi. Il presidente di Federcasa, Marco Buttieri, ha spiegato che il finanziamento da 970 milioni di euro destinato alla ristrutturazione degli alloggi sfitti sarebbe stato sospeso a causa delle ricadute economiche della guerra in Iran.

Negli ultimi mesi, il piano casa è stato presentato con cifre molto diverse tra loro: dai 15 miliardi evocati dalla premier Giorgia Meloni, agli 8 miliardi indicati dal ministro Tommaso Foti, fino agli 1,2 miliardi del vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini. Finora, però, nessuna di queste promesse si è tradotta in misure concrete.

Secondo i dati di Federcasa, circa 650mila famiglie sono oggi in graduatoria per una casa popolare, ma ogni anno in Italia se ne assegnano appena tra 15mila e 20mila. In altre parole, solo il 3% di chi è in attesa riesce davvero a ottenere un alloggio. A questa emergenza si aggiunge quella degli sfratti: a Milano sono state registrate circa 14mila richieste di liberazione di immobili in un anno, mentre a Napoli e Roma gli sfratti sono stati rispettivamente oltre 1.100 e 1.700.

Anche il mondo produttivo ha iniziato a lanciare l’allarme. Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha sottolineato che la questione abitativa non è più soltanto sociale, ma «rischia di diventare un freno alla mobilità del lavoro e alla crescita economica». «A noi non interessa chi costruisce le case», ha aggiunto. «Può essere un grande piano pubblico, operatori privati o investitori istituzionali. L’importante è creare un’offerta abitativa accessibile per sostenere imprese e lavoratori».

Proprio questo è uno dei nodi più delicati. Chi costruisce e con quali regole conta eccome. Il rischio, spiegano gli esperti, è che i finanziamenti pubblici diventino il motore di una nuova stagione di speculazione immobiliare, come già accaduto con l’housing universitario: grandi operatori privati potrebbero realizzare progetti formalmente “calmierati”, ma orientati al profitto, con costi fuori portata per molte famiglie.

Non a caso il governo sta guardando sempre di più ai capitali privati. A gennaio è stato incaricato Mario Abbadessa, ex manager del gruppo immobiliare Hines, di gestire i progetti e cercare investitori per costruire abitazioni a prezzi calmierati. L’obiettivo del piano è costruire 100mila alloggi nei prossimi dieci anni, destinati a giovani coppie, single e lavoratori che non rientrano nei requisiti per le case popolari ma non riescono ad acquistare sul mercato.

Ma proprio questo modello solleva critiche e timori: il rischio è che il piano si trasformi soprattutto in un grande progetto immobiliare, nell’ennesima operazione di “rigenerazione urbana” guidata dal mercato più che in una risposta concreta per le centinaia di migliaia di famiglie che ancora non hanno una casa.