Referendum Giustizia 2026: cosa cambia se vince il Sì o il No
Domenica 22 (dalle 7 alle 23) e lunedì 23 marzo (dalle 7 alle 15) 2026 gli italiani saranno chiamati a esprimersi sul referendum costituzionale confermativo sulla riforma della giustizia proposta dal governo guidato da Giorgia Meloni e dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il testo, già approvato dal Parlamento, non ha infatti raggiunto la maggioranza dei due terzi necessaria per modificare la Costituzione e deve quindi essere sottoposto a conferma popolare, secondo quanto stabilito dalla Carta fondamentale.
Si tratta di un referendum confermativo: gli elettori devono decidere se approvare o respingere una riforma costituzionale già votata. Non è previsto quorum, quindi il risultato è valido indipendentemente dall’affluenza. In caso di vittoria del Sì, la riforma entrerà in vigore; se prevalgono i No, tutto resterà com’è oggi.
Il cuore della riforma riguarda l’organizzazione della magistratura. La principale novità è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Chi entra in magistratura dovrà scegliere fin dall’inizio se diventare giudice o pm, senza possibilità di cambiare funzione durante la carriera. Il pubblico ministero conduce le indagini, coordina la polizia giudiziaria e sostiene l’accusa nei processi, mentre il giudice mantiene un ruolo terzo e imparziale, valutando le prove e pronunciando la sentenza. Per i promotori, questa separazione mira a garantire processi più giusti; i critici, tra cui il Partito democratico, sottolineano però che la riforma Cartabia ha già reso il passaggio di funzione un fenomeno rarissimo: in media meno di 30 magistrati su oltre 9.000 cambiano funzione ogni anno. «Si sta cambiando la Costituzione per un fenomeno statisticamente irrilevante», affermano i dem.
Un’altra novità riguarda i Consigli superiori della magistratura. Oggi esiste un unico Csm che gestisce nomine, trasferimenti e carriere dei magistrati. Con la riforma verrebbero creati due organi distinti, uno per i giudici e uno per i pm, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica. I membri sarebbero selezionati per sorteggio, anziché eletti dai magistrati (per i togati) o nominati dal Parlamento (per i laici), come invece avviene oggi. I sostenitori del sorteggio sostengono che questo metodo ridurrà il peso delle correnti e le dinamiche di potere interne alla magistratura; i critici temono invece che possa indebolire l’autogoverno e ridurre la rappresentatività.
La riforma introduce anche una nuova Alta Corte disciplinare per i magistrati. L’organo sarà composto da 15 membri, in maggioranza magistrati, selezionati con un mix di estrazioni a sorte e nomine: sei giudici saranno sorteggiati tra i magistrati giudicanti, tre pm tra i magistrati requirenti, tre giuristi nominati dal Presidente della Repubblica e tre giuristi estratti a sorte da un elenco compilato dal Parlamento. Il mandato durerà quattro anni e non sarà rinnovabile.
La campagna referendaria è entrata nel vivo. Ieri la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha pubblicato un video sui suoi canali social per sostenere il Sì, definendo la riforma «molto importante, se vogliamo modernizzare l’Italia e riguarda tutti gli italiani più di quanto pensino». Nella stessa giornata, però, Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro Nordio, ha suscitato polemiche invitando a votare Sì per «togliere di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione», frasi che hanno provocato la condanna delle opposizioni e la distanza della premier.
Per quanto riguarda le posizioni dei partiti, la maggioranza di governo – Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Noi Moderati – sostiene compatta il Sì. Il Partito democratico di Elly Schlein si schiera per il No, così come Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, mentre Azione e +Europa sostengono la riforma. Italia Viva lascia libertà di coscienza ai suoi parlamentari.
Se il Sì prevalesse, entrerebbero in vigore le modifiche costituzionali, comprese le carriere separate, i due Csm con membri selezionati anche a sorte e la nuova Alta Corte disciplinare, con l’obbligo di approvare entro un anno le leggi attuative. In caso di vittoria del No, rimarrà in vigore l’attuale sistema: una sola magistratura, possibilità limitata di passaggio di funzione, un unico Csm e gestione della disciplina all’interno dello stesso Consiglio.