Sulla “famiglia del bosco” si sta consumando uno dei casi più evidenti di strumentalizzazione politica e mediatica degli ultimi mesi. La vicenda si è trasformata nell’ennesimo tentativo di fare guerra alla magistratura, proprio mentre l’Italia si avvicina al referendum costituzionale sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026. Sul tema è intervenuta Giorgia Meloni, secondo cui la magistratura non può dimenticare i propri limiti: «Io penso che siamo oltre, perché noi dobbiamo assistere inermi a queste decisioni che sono figlie di letture ideologiche», ha detto la premier a Fuori dal coro. «Lo Stato non ti può togliere i figli perché non condivide il tuo stile di vita».

Il punto, però, non è essere “pro” o “contro” la famiglia del bosco, né stabilire in astratto se sia legittimo crescere dei figli lontano dalla scuola e dai propri coetanei. La questione politica è un’altra: il governo che oggi critica l’intervento dei giudici in nome della libertà educativa è lo stesso che, con il decreto Caivano, ha introdotto un forte inasprimento penale (fino a 2 anni di carcere) contro i genitori che non garantiscono l’istruzione ai figli. Tra i profili contestati nel caso della famiglia del bosco c’è proprio la violazione del diritto all’istruzione dei minori. I resoconti sulla decisione del tribunale parlano di bambini che non sapevano leggere né scrivere in modo adeguato — né in inglese né in italiano — e di una madre la cui presenza era diventata “gravemente ostativa” al percorso educativo e relazionale predisposto in comunità. 

Ora, al netto di come la si pensi su questo caso, restano due punti evidenti. Se il governo ritiene assurdo che lo Stato intervenga in una situazione di mancata istruzione e isolamento sociale, allora ci sarebbe da spiegare perché ha voluto una legge che su casi del genere prevede il carcere per i genitori.  Se invece crede giusta quella legge, dovrebbe avere l’onestà di non gridare allo scandalo nel momento in cui un tribunale minorile applica tale principio. In questi giorni la vicenda è stata raccontata, come troppo spesso si fa nei talk show e sui social, senza entrare davvero nel merito delle carte e delle decisioni giudiziarie. Ma quando l’attenzione mediatica sulla famiglia del bosco si spegnerà  (e quando il referendum sulla giustizia non dominerà più il dibattito pubblico) resteranno gli effetti concreti delle scelte fatte negli ultimi anni, in primis del decreto Caivano che il governo Meloni, in questo caso, sembra aver dimenticato.

L’ultimo rapporto di Antigone sulla giustizia minorile mostra infatti che, dalla sua entrata in vigore, le presenze negli istituti penali per minorenni sono aumentate del 50% tra la fine del 2022 e la fine del 2025: da 381 a 572 ragazzi detenuti. Per la prima volta gli IPM hanno conosciuto il sovraffollamento, e una quota significativa dei giovani detenuti è ancora in attesa di una sentenza definitiva. Forse il nodo sta proprio qui, e cioè che i giovani vengono spesso evocati quando si vuole mostrare fermezza, invocando repressione e carcere, o quando si vuole attaccare la magistratura, parlando di trauma, decisioni ideologiche e limiti dello Stato.

Nel mezzo, però, ci sono i ragazzi reali: quelli della famiglia del bosco, certo, ma anche quelli che finiscono negli istituti penali minorili, spesso senza una condanna definitiva e dentro strutture sovraffollate. Nel mezzo, però, ci sono i ragazzi reali: quelli della famiglia del bosco, certo, ma anche quelli che finiscono negli istituti penali minorili, spesso senza una condanna definitiva e dentro strutture sovraffollate.