A Bologna è in corso una vasta operazione giudiziaria legata alle mobilitazioni pro-Palestina che si sono tenute in città tra settembre e novembre 2025. In quei giorni, il movimento “Blocchiamo tutto”, nato in risposta al sequestro illegale della Global Sumud Flotilla da parte di Israele, ha portato in piazza centinaia di migliaia di persone nel capoluogo emiliano-romagnolo, tra scioperi nazionali promossi dall’Unione Sindacale di Base (USB) e cortei spontanei coordinati da Giovani Palestinesi e sigle locali. Un ciclo di proteste animate dalla richiesta di porre fine al genocidio tuttora in corso in Palestina, che ha intrecciato solidarietà internazionale, disobbedienza civile e conflitto sociale, trasformando Bologna in uno dei luoghi centrali della mobilitazione italiana, oggi nel mirino di una repressione giudiziaria imponente.

Secondo quanto emerge dagli atti notificati finora, le persone indagate sarebbero circa un centinaio. I reati prevalentemente contestati consisterebbero in manifestazione non autorizzata, resistenza a pubblico ufficiale e, soprattutto, blocco stradale. Quest’ultima fattispecie, introdotta dal primo decreto sicurezza del governo Meloni nel giugno 2025, punisce fino a due anni di reclusione le interruzioni collettive della circolazione ed è già stata utilizzata contro attivisti climatici e lavoratori della logistica. A Bologna, però, l’inchiesta rappresenta il primo caso di applicazione ampia e sistematica di questo strumento penale, trasformando una pratica di protesta di massa in un dispositivo repressivo su larga scala.

Il blocco stradale contestato riguarderebbe, in particolare, le giornate del 22 settembre e del 3 ottobre 2025, quando migliaia di manifestanti hanno raggiunto la tangenziale durante due scioperi nazionali. Tuttavia, come attestano i verbali della stessa Digos e numerosi video, in entrambe le occasioni sono state proprio le forze dell’ordine ad accompagnare il corteo fino all’ingresso dell’asse stradale, prendendo atto di una presenza tale da rendere impraticabile qualsiasi tentativo di dispersione forzata.

«Parliamo di decine di migliaia di persone presenti in tangenziale - commenta l’avvocata Marina Prosperi del foro di Bologna, difensore di molti degli indagati - e alla fine vengono selezionate circa 64 persone per il 22 settembre e una ventina per il 3 ottobre. È la solita pesca a strascico: si butta la rete e si tirano fuori i nomi di chi si vuole o deve criminalizzare». 

A Bologna, per altro, nel corso di tutte le giornate di protesta oggetto dell’inchiesta giudiziaria si è registrato un uso sistematico della forza da parte delle forze dell’ordine, oltreché abusi e arresti a tappeto.  

Il 22 settembre, proprio in tangenziale, le forze dell’ordine hanno utilizzato idranti e lacrimogeni mentre parte dei manifestanti stava già defluendo verso via Stalingrado. Diversi video mostrano persone rincorse anche lontano dal corpo principale del corteo, con granate lacrimogene sparate ad altezza d’uomo. Il 1 ottobre, dopo il blocco illegale della Flotilla, un corteo spontaneo serale ha tentato di raggiungere la stazione: l’area era completamente militarizzata e decine di lacrimogeni sono stati esplosi contro un presidio di un centinaio di persone fermo a distanza.

Il giorno successivo, 2 ottobre, al mattino un gruppo di studenti delle scuole superiori ha tentato di raggiungere la stazione ed è stato respinto con manganellate e cariche, nonostante la giovanissima età dei presenti. In serata, oltre diecimila persone si sono nuovamente mosse verso la Stazione Centrale in un corteo convocato e gestito dall’Unione Sindacale di Base, con in testa studenti e lavoratori. Una volta giunti in Piazza delle Medaglie d’Oro, la polizia ha esploso lacrimogeni indirizzandoli ad altezza volto. In questo contesto S., 32 anni, è stata colpita a un occhio da una granata lacrimogena, perdendo definitivamente la vista. Anche alcuni manifestanti accorsi in suo soccorso sono stati manganellati mentre la donna giaceva a terra sanguinante. Da quell’episodio è nata la campagna di crowdfunding “Lince”, volta a sostenere le spese sanitarie e legali di S. e a denunciare pubblicamente gli abusi delle forze dell’ordine.

La giornata successiva, 3 ottobre, ha segnato un nuovo snodo della mobilitazione. Durante lo sciopero generale convocato dall’USB, il corteo, che contava ancora decine di migliaia di persone, è stato lasciato transitare in tangenziale. Ma quando uno spezzone ha tentato di dirigersi verso l’aeroporto sono tornati idranti, cariche e lacrimogeni, con nuove segnalazioni all’autorità giudiziaria.

Pochi giorni dopo, il 7 ottobre, la gestione dell’ordine pubblico ha assunto un carattere apertamente punitivo. Il presidio convocato da Giovani Palestinesi è stato accerchiato prima ancora di potersi ricomporre; Piazza Nettuno e Piazza Maggiore sono state trasformate in recinti, poi sono partite cariche, idranti e una vera e propria caccia all’uomo per le vie del centro. In quella serata C., studentessa di 21 anni alla sua prima manifestazione a Bologna, è stata arrestata e ha trascorso due notti nel carcere della Dozza, prima che il GIP presso il Tribunale di Bologna dichiarasse l’arresto illegittimo.

«Il 7 ottobre è stato un esperimento», osserva Prosperi. «L’obiettivo era impedire qualsiasi forma di manifestazione, con qualunque mezzo. L’arresto poi dichiarato illegittimo lo dimostra: persone prese a caso, trattenute e portate in carcere, senza i necessari presupposti giuridici».

Il ciclo si è poi chiuso, almeno sul piano cronologico, il 21 novembre. La mobilitazione è tornata in piazza contro la partita di Eurolega tra Virtus Bologna e Maccabi Tel Aviv. Oltre cinquemila persone hanno sfilato dal centro verso il PalaDozza, blindato da una doppia zona rossa e da un imponente dispiegamento di forze dell’ordine. Anche in questo caso, a fronte di un corteo inizialmente compatto e determinato a raggiungere il palazzetto, la gestione dell’ordine pubblico è rapidamente degenerata: cariche mirate hanno spezzato il corteo, mentre l’uso di lacrimogeni ha costretto centinaia di persone a defluire verso Piazza San Francesco e via del Pratello. Qui sono partite nuove cariche “a freddo”, con inseguimenti tra i portici, manganellate indiscriminate e persone colpite alla testa anche mentre cercavano riparo nei bar.

«Questi procedimenti non servono solo a punire, ma a spaventare. Il messaggio è chiaro: scendere in piazza ha un costo penale. È così che si tenta di svuotare le mobilitazioni» conclude l’avvocato bolognese.

Una lettura condivisa anche dall’European Legal Support Center (ELSC), organizzazione indipendente che fornisce supporto legale al movimento di solidarietà con la Palestina in Europa e nel Regno Unito. Il centro segue da vicino il “caso Bologna” e parla apertamente di criminalizzazione del dissenso. Quanto sta accadendo, spiegano, rappresenta «un grave esempio di attacco all’attivismo politico e all’esercizio dei diritti fondamentali di espressione e di assemblea», mentre l’uso estensivo del nuovo reato di blocco stradale appare come «uno strumento costruito per reprimere pratiche collettive di protesta e disobbedienza civile», segnando «un salto qualitativo nella gestione repressiva del conflitto sociale».

A preoccupare è anche la selettività dell’azione penale: «a fronte di mobilitazioni che hanno coinvolto decine di migliaia di persone, concentrare l’inchiesta su poco più di cento indagati produce un chiaro effetto deterrente», volto a scoraggiare la partecipazione politica, soprattutto tra i soggetti più vulnerabili. Le modalità operative adottate a Bologna - aggiungono - «sollevano seri interrogativi sulla proporzionalità e sulla legalità dell’intervento delle forze dell’ordine». Per l’ELSC, quanto sta accadendo non è un episodio isolato, ma parte di una tendenza europea più ampia che restringe lo spazio civico e colpisce chi denuncia genocidio, occupazione e colonialismo d’insediamento.

Bologna diventa così un laboratorio della repressione, dove il diritto penale viene piegato alla gestione del conflitto sociale e l’ordine pubblico elevato a valore assoluto, anche quando entra in collisione con l’integrità fisica delle persone e con i diritti fondamentali. Criminalizzare la protesta non riduce la violenza ma la produce, trasformando la partecipazione democratica in un problema di sicurezza e le piazze in fascicoli giudiziari. Sullo sfondo resta una frattura evidente: mentre il diritto internazionale “vale fino a un certo punto”, venendo aggirato di fronte a un genocidio in corso, entro i confini europei si dispiega tutta la forza del diritto penale contro chi lo denuncia. Una sproporzione che interroga in profondità il senso stesso della giustizia e il modo in cui oggi vengono gerarchizzate vite, diritti e valori.