Secondo le indicazioni emerse negli ultimi giorni, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sarebbe orientata a delegare il ministro degli Esteri Antonio Tajani alla prima riunione del cosiddetto Board of Peace promosso da Donald Trump, prevista il 19 febbraio a Washington. L’Italia parteciperebbe solo come «osservatore»: una formula che sembra più un compromesso, pensata per non incrinare l’asse con Washington evitando un’adesione piena a un organismo molto controverso.

In Europa, infatti, il progetto divide profondamente. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha già chiarito che Berlino non prenderà parte all’iniziativa in alcuna forma, segnalando diffidenze diffuse tra diversi governi. Anche Francia e Spagna hanno mostrato fin dall’inizio scarso entusiasmo verso un organismo percepito da molti come un tentativo di aggirare, se non indebolire, il ruolo delle Nazioni Unite.

La linea italiana resta quindi quella di una presenza “di sorveglianza”. Tajani sostiene che restare fuori significherebbe rinunciare a un ruolo nella ricostruzione di Gaza e nei futuri equilibri della regione. Ma le critiche politiche non mancano: secondo le opposizioni, il governo starebbe cercando una posizione intermedia soprattutto per non scontentare Trump, anche a costo di muoversi ai limiti dei vincoli costituzionali (art. 11) che impone «condizioni di parità» per acconsentire a limitazioni di sovranità. Una parità che però è difficile vedere in un’iniziativa fortemente centrata sulla leadership americana.

Dietro la retorica della pace, molti osservatori leggono però la volontà di creare un circuito diplomatico parallelo a quello multilaterale tradizionale, dove pesano soprattutto interessi economici e rapporti di forza politici. In questo senso, la ricostruzione di Gaza rischia di trasformarsi in un enorme progetto di speculazione immobiliare e infrastrutturale, a danno dei diritti e dei bisogni della popolazione palestinese.

A rendere il quadro ancora più controverso contribuisce la decisione di Israele di avviare un processo di registrazione delle terre in Cisgiordania che potrebbe permettere allo Stato di dichiarare pubbliche vaste aree non formalmente registrate. Per numerose organizzazioni internazionali e palestinesi si tratta di un passo concreto verso un’annessione di fatto, con il rischio di nuovi espropri e di un’ulteriore compressione dei diritti della popolazione locale.

 

La riunione del 19 febbraio rappresenta dunque un banco di prova politico: tra chi accetta i progetti americani calati dall’alto sulla Striscia, chi - come sembra che farà il nostro governo - sceglie una presenza ambigua da osservatore e chi preferisce non legittimare un’iniziativa percepita prima di tutto come una sfida al sistema multilaterale. Sullo sfondo resta la questione cruciale: il futuro dei palestinesi dopo due anni di genocidio, un tema spesso evocato nei discorsi ufficiali ma raramente posto davvero al centro delle decisioni politiche internazionali.