Quello di Zoe Trinchero, a Nizza Monferrato, è il settimo femminicidio dall’inizio dell’anno, secondo i dati raccolti dall’Osservatorio nazionale di Non Una Di Meno, che monitora femminicidi, lesbicidi e transicidi. 

È stata uccisa da Alex Manna, che, dopo essere stato interrogato dai carabinieri, ha confessato. Prima, però, aveva tentato di «cavarsela» accusando del femminicidio un ragazzo di origine africana, conosciuto nel paese per le sue fragilità psichiche. 

«Ho detto in giro che poteva essere stato lui - avrebbe sostenuto davanti ai carabinieri e al pm - perché si sa che è un po' strano» e perché di «origine straniera». Ma una cinquantina di persone ha creduto a questa ricostruzione e ha assediato la casa del presunto colpevole, tanto che sono dovuti intervenire i carabinieri per prenderlo in consegna e metterlo al sicuro. «Mi sono barricato e loro da fuori urlavano “esci nero di merda”», racconta al Corriere Naudy Carbone. «La cosa peggiore è che nessuno ha avuto dubbi sulla mia colpevolezza».

Nero, con fragilità psichiche e in passato accusato di molestie: il “mostro” perfetto per il femmicidio di una ragazza di 17 anni. Credere al mostro e andarlo a stanare non risponde certo a un desiderio di giustizia ma di vendetta. Dà l’illusione che il femminicida - e la cultura che si porta dietro - sia altro, sia un “fuori”, e che quindi sia facilmente estirpabile con bastoni e adunate sotto casa.

Più complesso accettare quello che dicono i dati. È vero, non ci sono numeri precisi, non c’è una banca dati istituzionale condivisa (e questo già la dice lunga sull’approccio ai femminicidi nel nostro Paese). Non c’è nemmeno una definizione univoca su che cosa si intenda per femminicidio, visto che il Viminale, nella sua raccolta dati, parla di omicidi di donne in ambito familiare o per mano di partner o ex. Ma secondo l’Osservatorio di Nudm, nel 2025 «nel 52% dei casi l’assassino era il marito, il partner, il convivente (44 casi). In 18 casi, a compiere il gesto è stato l’ex partner da cui la persona uccisa si era separata o aveva espresso l’intenzione di separarsi». A oggi, da inizio anno, «nella totalità dei casi, l’assassino era conosciuto dalla persona uccisa: si tratta di mariti, ex mariti, padri, figli».

Come ha detto la giornalista e data analyst Donata Columbro in un’intervista alla Stampa, «non esiste un femminicida standard». Per quanto possa sembrarci di sollievo, puntare il dito verso qualcosa che pensiamo essere fuori di noi, creando mostri e narrazioni stereotipate, non risolverà il problema.