Gli spazi sociali servono a tutti, anche a chi esulta per gli sgomberi
I commenti che abbiamo raccolto sotto i post pubblicati dopo la manifestazione torinese contro lo sgombero di Askatasuna ci danno l’opportunità di fare qualche riflessione sugli spazi sociali e sul loro ruolo nei nostri contesti urbani. Chi parla di «covi di drogati da sgomberare», di «comunistelli abusivi», ha mai messo piede, realmente, in un centro sociale? Quanto di questa visione è legata a uno stereotipo e a una narrazione parziale e quanto invece può essere attribuito a reali esperienze?
A partire dai primi esperimenti di metà anni Settanta, i centri sociali hanno spesso rappresentato i più interessanti laboratori di elaborazione politica, sociale e culturale delle nostre città. Nati all’interno di strutture spesso abbandonate da anni, alla dimensione più marcatamente militante, gli spazi autogestiti hanno sempre affiancato una rete di mutualismo rivolta ai residenti dei quartieri in cui nascevano. Negli anni ‘80, quelli del riflusso privato, dell’edonismo Reaganiano e del trionfo dell’individualismo, i centri sociali sono diventati spesso gli unici baluardi di resistenza in città completamente votate al consumo e alla privatizzazione. Un’energia letteralmente esplosa poi nel decennio successivo, gli anni ‘90.
Come spiega Valerio Mattioli in “Novanta. Una controstoria culturale”, il saggio uscito per Einaudi nel 2025, «da Nord a Sud del Paese, un intero movimento si raccolse attorno a una geografia alternativa fatta di spazi autogestiti e centri sociali occupati, dando vita a una resistenza culturale e politica straordinariamente vivace. Fu da simili fortini di resistenza che scaturirono fenomeni come il primo rap in italiano, le visionarie distopie del cyberpunk, una cultura rave radicale e combattiva». Certo, nel corso degli anni non sono mancate le controversie e le incongruenze, ma sarebbe sbagliato ricondurre un’esperienza quarantennale a formule semplicistiche e riduttive.
Luoghi come il Leoncavallo, il Forte Prenestino, il Livello 57 e Officina 99 - messi oggi sotto attacco dal Governo Meloni - hanno rappresentato la culla di gruppi musicali, riviste ed esperimenti tra i più interessanti della storia italiana, che altrimenti non avrebbero avuto spazi per emergere. «E fu sempre grazie a questi luoghi - spiega ancora Mattioli - che emersero riflessioni su temi che allora erano avanguardia e adesso sono il mondo in cui viviamo: il capitalismo della sorveglianza, la necessità di un reddito base universale, gli sviluppi e i pericoli del binomio tra nuove tecnologie e ideologia ultraliberista».
Dopo il G8 di Genova, il movimento ha vissuto un periodo di crisi che ha attraversato la prima fase degli anni Duemila. I centri sociali della nuova generazione - quelli nati dopo il 2010 - sono sempre più simili a poli sociali, culturali, oasi di mutualismo in quartieri respingenti, dove la dimensione politica rappresenta la cornice dell’offerta. Le nostre grandi città, oggi, stanno diventando sempre più difficili da abitare. E in questo contesto, i centri sociali rappresentano presidi di equità e inclusione ancora più necessari rispetto al passato. Con VD abbiamo incontrato molte di queste realtà: dallo stesso Leoncavallo a Milano a Casa Carracci e al Lab Ginecologico di Bologna, fino a Scugnizzo Liberato, Gridas - anch’esso oggi a rischio sgombero dopo una sentenza della Corte di Appello - ed Ex Opg a Napoli. Luoghi che non inseguono il profitto e che spesso affiancano gli abitanti dei quartieri nelle battaglie per i diritti fondamentali, come quello alla casa e ai beni comuni. Ma anche spazi che offrono attività per i residenti e cultura accessibile e alternativa, dove bere una birra o ascoltare musica live gratuitamente (o a prezzi popolari).
In una società sempre più individualista e frammentata, i centri sociali si propongono come antidoto a una visione esclusivamente privatistica degli spazi urbani. Un ruolo riconosciuto, in alcuni casi, anche dalle istituzioni cittadine: nel 2016, durante il mandato dell’amministrazione De Magistris, il Comune di Napoli ha riconosciuto il valore di alcuni di questi spazi inserendoli nella rete dei beni comuni urbani. All’interno della rete dei beni comuni urbani sono state inserite diverse realtà sociali nate come spazi occupati, che ogni giorno offrono attività gratuite per residenti di tutte le età: doposcuola, calcio popolare, corsi di pugilato, laboratori artigianali, cucina e ceramica. Ma ci sono anche gli sportelli gratuiti di medica e di assistenza legale per migranti e lavoratori. Molte di queste strutture si trovano in quartieri dove il reddito annuo medio lordo non supera i 20mila euro, diventando così un punto di riferimento insostituibile. E da difendere a ogni costo.