A chi fanno comodo gli scontri di Torino? Spoiler: al Governo
Sabato a Torino c’erano cinquantamila persone. Famiglie, studenti, lavoratori, bambini, anziani. Un fiume umano sceso in piazza per manifestare democraticamente contro il governo, contro il riarmo, contro l’attacco sistematico ai centri sociali e agli spazi di aggregazione, a partire da Askatasuna, chiuso poche settimane fa.
Per ore quella piazza è stata pacifica. Poi, come molti temevano già da giorni, sono arrivati gli scontri. E da quel momento la narrazione pubblica si è fermata lì, schiacciata su un’unica immagine: quella del poliziotto aggredito a terra da alcuni manifestanti. Un’immagine durissima, una violenza evidente, da condannare senza esitazioni, le cui responsabilità individuali dovranno essere accertate e punite. Ma fermarsi a quei pochi secondi significa rinunciare a capire cosa è successo davvero, significa scegliere la scorciatoia della propaganda al posto dell’analisi.
A ricordarlo è Rita Rapisardi, giornalista freelance che ha seguito il corteo per il manifesto e che si trovava a pochi metri dalla scena. In un post su Facebook ha raccontato ciò che è avvenuto prima e dopo il video diventato virale. I manifestanti si stavano disperdendo, quando una squadra di agenti in antisommossa ha iniziato a caricare. «Uno di questi esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone. (…) Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso, prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale».
È questo il pezzo che nel racconto ufficiale scompare: una gestione dell’ordine pubblico confusa, scoordinata, pericolosa anche per gli stessi agenti. Non un piano di contenimento, ma una sequenza di azioni che hanno aumentato la tensione invece di ridurla. Perché se è vero che la sicurezza va garantita, è altrettanto vero che sicurezza non significa repressione indiscriminata. Non significa manganellare chi è già a terra o manifestanti pacifici, né lanciare lacrimogeni mentre famiglie e genitori scappano con i bambini in braccio. A raccontarlo sono decine di testimonianze e video: labbra spaccate, volti insanguinati, persone intossicate dai lacrimogeni, fotografi colpiti mentre lavoravano. Un’altra immagine di quella piazza, un’altra forma di violenza, che difficilmente diventerà oggetto di post indignati dei Donzelli di turno.
Persino il caposquadra del poliziotto ferito, il sovrintendente Pierpaolo Corda, ha ammesso che il reparto operava in una città che non conosceva, finendo in una zona che confinava con un parco. Una frase che dice molto più di quanto sembri e che certifica una gestione dell’ordine pubblico completamente inadeguata.
Nel frattempo, a due giorni da quei fatti, mercoledì il Consiglio dei ministri discuterà il nuovo pacchetto sicurezza. Un tempismo che solleva più di una domanda, soprattutto perché sul tavolo ci sono misure che puntano a irrigidire ulteriormente il quadro: lo scudo penale per gli agenti, con la limitazione dell’iscrizione automatica nel registro degli indagati; il fermo preventivo fino a ventiquattro ore per i manifestanti ritenuti “sospetti”, sulla base di valutazioni discrezionali; lo sgombero generalizzato degli immobili occupati; la possibilità di perquisizioni sul posto; fino alla proposta, avanzata dalla Lega, di introdurre una cauzione economica a carico degli organizzatori delle manifestazioni. Misure che difficilmente risolveranno il conflitto sociale e aumenteranno la sicurezza e che rischiano piuttosto di restringere ancora di più gli spazi democratici e il diritto di protesta.
La domanda, allora, è inevitabile: di chi è la responsabilità politica di quanto accaduto? Davvero tutto può essere liquidato come colpa dei “comunisti”, degli “antagonisti”, dei “nemici dello Stato”? O esiste una responsabilità precisa di chi sceglie di blindare una città, di schierare reparti che non conoscono il territorio, di affrontare una piazza di decine di migliaia di persone come se fosse un problema di ordine pubblico e non un fatto politico?
A chi giova che una manifestazione di 50 mila persone venga appiattita su quel singolo video? La piazza di sabato, prima di tutto, è stata una piazza democratica, che chiedeva diritti, spazi, che contestava pacificamente le risposte del governo. Ridurla a una guerriglia serve soltanto a chi vuole governare la paura, raccontando una sola parte di quella giornata e scrollandosi di dosso ogni responsabilità politica. E così, ancora una volta, come da tre anni a questa parte, il problema non diventa la violenza da prevenire e gestire, ma la piazza stessa.