Con una circolare firmata dai ministri Giuseppe Valditara e Matteo Piantedosi, il governo ha aperto formalmente alla possibilità di utilizzare metal detector nelle scuole. Su richiesta dei dirigenti scolastici e in coordinamento con prefetture e questure, gli istituti considerati “a rischio” potranno introdurre controlli agli ingressi per contrastare l’uso di coltelli e la violenza tra studenti. Una misura presentata come circoscritta e non generalizzata, ma che segna comunque un passaggio netto: la sicurezza entra a scuola sotto forma di sorveglianza e repressione.

La circolare – arrivata dopo l’omicidio di Abanoub Youssef, 18 anni, ucciso a coltellate da un compagno all’interno di un istituto scolastico di La Spezia – solleva innanzitutto enormi problemi pratici. Come verranno organizzati i controlli e soprattutto con quale personale, in un sistema scolastico che già soffre una cronica carenza di docenti e collaboratori scolastici? Anche se la circolare specifica che i metal detector dovranno essere utilizzati esclusivamente da operatori di pubblica sicurezza, è difficile immaginare che il peso organizzativo non ricada, almeno in parte, sulle scuole e su chi ci lavora. In particolare sui docenti, già sommersi da lavoro non riconosciuto e tra i meno pagati d’Europa.

Ma il nodo centrale è un altro. L’introduzione dei metal detector presuppone che la violenza giovanile si combatta principalmente attraverso il controllo, che la scuola debba diventare un luogo da presidiare più che uno spazio da educare. È una scelta che incrina il rapporto di fiducia tra studenti e istituzione scolastica e che rischia di trasformare gli istituti in luoghi sempre più simili a caserme, dove si entra passando da un varco di sicurezza.

Questa misura si inserisce in una deriva securitaria e militarista che da tempo attraversa la scuola italiana: controlli antidroga, presenza sempre più frequente di forze armate e di polizia in attività didattiche, progetti di orientamento e PCTO gestiti dai militari. A ciò si aggiungono attacchi sempre più pericolosi ai docenti, come il questionario digitale promosso da Azione Studentesca, che invita gli studenti a segnalare se hanno “uno o più professori di sinistra che fanno propaganda durante le lezioni”. Un’iniziativa che molti hanno definito una schedatura, ma che è stata difesa dal deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli, secondo cui si tratterebbe semplicemente di una richiesta di “correttezza” rivolta ai docenti. 

La scuola dovrebbe essere il luogo in cui il conflitto viene riconosciuto e affrontato prima che degeneri. Dovrebbe educare alle relazioni, alla gestione dell’emotività. L’Italia, invece, è tra i pochi Paesi dell’Unione europea che si oppongono ideologicamente all’educazione sessuale e affettiva, evocando lo spauracchio dell’“ideologia gender” o del politicamente corretto.

Installare un metal detector è la scorciatoia più semplice per mascherare anni di mancati investimenti e di progressivo definanziamento della scuola. Una scuola che sceglie il controllo invece della fiducia, che fruga negli zaini invece di investire in presidi psicologici permanenti e in servizi di supporto, ha perso la sua missione educativa. Si trasforma, niente più, niente meno, in una caserma, dove l’ordine viene dal rigore e la sicurezza dalla paura, non dal benessere degli studenti.