Da oltre un anno la Commissione parlamentare di Vigilanza Rai è bloccata. Non per un vuoto normativo, ma per una scelta politica precisa: l’assenza della maggioranza. Un immobilismo senza precedenti nella storia repubblicana che sta svuotando di fatto l’unico organo deputato a controllare il servizio pubblico radiotelevisivo e che rischia di pesare direttamente sull’imminente referendum costituzionale.

A denunciarlo da mesi è Barbara Floridia, presidente della Commissione di Vigilanza Rai, che parla apertamente di una ferita istituzionale. La Vigilanza è infatti un organo bicamerale di garanzia, centrale nell’architettura democratica del Paese. Il suo compito è vigilare sul rispetto degli obblighi di servizio pubblico da parte della Rai, garantire pluralismo, imparzialità e correttezza dell’informazione, tutelare il diritto dei cittadini a essere informati e fornire indirizzi vincolanti all’azienda, a partire dal contratto di servizio.

Proprio per il suo ruolo di garanzia, il funzionamento della Commissione si fonda su un principio preciso: sulle decisioni più rilevanti è necessario un accordo tra maggioranza e opposizione. In particolare, l’elezione del presidente della Rai richiede una maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti, rendendo indispensabile una convergenza politica ampia.

È su questo equilibrio che oggi si consuma lo scontro, perché la maggioranza ha indicato Simona Agnes come candidata alla presidenza della Rai. Un nome che le opposizioni non hanno condiviso, chiedendo di aprire un confronto e valutare una rosa di candidature. Di fronte a questa richiesta, spiega Floridia a VD, «la maggioranza ha deciso di boicottare i lavori, di non presentarsi alle sedute, sia ordinarie sia convocate per l’elezione della presidente Rai», facendo così mancare il numero legale.

Il risultato è una Commissione che esiste solo sulla carta. «Ci riuniamo esclusivamente per adempiere a obblighi di legge, come le delibere in vista delle elezioni o dei referendum», racconta Floridia, «ma non basta approvare una delibera se poi l’organo non può vigilare sul suo rispetto». In oltre un anno di stallo, la Commissione non ha mai potuto audire l’amministratore delegato della Rai. «Il servizio pubblico è finanziato dai cittadini attraverso il canone, e noi non possiamo chiedere conto all’ad di ciò che fa o non fa. È una situazione inaccettabile».

L’assenza di un controllo parlamentare reale pesa su una lunga serie di vicende che avrebbero richiesto un intervento immediato della Vigilanza. Nelle ultime settimane hanno fatto discutere il caso di Riccardo Pascante, vicedirettore di Rai Sport, che ha pubblicato sui social un post con la fiamma tricolore del MSI, e le dichiarazioni di Luca Barbareschi contro Report e Sigfrido Ranucci, lette da molti come una minaccia al giornalismo d’inchiesta.

Ma, spiega Floridia, il problema è molto più ampio. «Ci sono i lavoratori precari in Rai, il tema dell’amianto nelle sedi di Viale Mazzini e nel centro di produzione di Napoli, il destino del Teatro delle Vittorie, che forse sarà venduto, e la trasformazione digitale del servizio pubblico. Oggi la maggior parte dei cittadini si informa sui social: la Rai cosa sta facendo? In che modo si sta evolvendo come digital media company?».

Senza la Vigilanza, tutto questo resta fuori da un confronto pubblico e parlamentare. «La mancata vigilanza non permette ai cittadini di sapere come viene gestito un servizio pubblico che si muove con i nostri soldi», spiega Floridia a VD. «Non si tratta soltanto di controllare, perché in realtà la Commissione fornisce indirizzi vincolanti. Nel contratto di servizio abbiamo scritto che la Rai deve valorizzare il giornalismo d’inchiesta. Poi vengono tagliate quattro puntate di Report. Perché? Dovremmo avere delle risposte, invece c’è il vuoto».

Il nodo più delicato riguarda l’imminente referendum costituzionale. La Commissione di Vigilanza dovrebbe garantire una copertura informativa equilibrata, chiara e pluralista, assicurando spazio adeguato alle ragioni del sì e del no. Ma senza un organo pienamente operativo, questo controllo rischia di restare solo formale. «C’è molta preoccupazione», spiega Floridia. «Non potremo vigilare sul fatto che il servizio pubblico informi davvero i cittadini. Parliamo di temi complessi, come la separazione delle carriere, che già di per sé sono difficili da comprendere».

Il rischio di una copertura informativa pluralista è tutt’altro che teorico. Già in occasione dei referendum su lavoro e cittadinanza di giugno, l’Agcom ha certificato che la Rai aveva dedicato ai quesiti meno dello 0,62% del tempo informativo complessivo. «Noi possiamo anche scrivere la delibera sulla par condicio», osserva Floridia, «ma poi non possiamo intervenire, richiamare, sollecitare se in altre trasmissioni gli spazi non vengono rispettati».

Nelle scorse settimane la presidente della Commissione ha segnalato formalmente la gravità della situazione ai presidenti di Camera e Senato e ha informato il presidente della Repubblica, che – racconta – «ha ricordato che le libertà democratiche vivono del funzionamento delle istituzioni, non del loro blocco». Ma, finora, nulla si è mosso.

Il problema, sottolinea Floridia, è innanzitutto istituzionale. La Vigilanza Rai è una delle pochissime commissioni parlamentari presiedute da un’esponente dell’opposizione, insieme al Copasir. «Bloccarla significa affermare un principio pericoloso: abbiamo vinto le elezioni e governiamo senza contrappesi», denuncia. «È gravissimo. Non era mai successo».

Il timore è che lo stallo possa durare fino alla fine della legislatura. «La mia paura è che si arrivi alle prossime elezioni politiche senza una Vigilanza funzionante, senza una Commissione che possa controllare il servizio pubblico», conclude Floridia. «Con un’informazione della tv di Stato nelle mani del governo, il megafono di chi sta governando adesso sarà amplificato ulteriormente».